La Rivista Culturale

Visualizzazione post con etichetta flash. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta flash. Mostra tutti i post

sabato 8 novembre 2014

Una patente per essere mamma e papà (o mamma&mamma/papà&papà)

Entro al supermercato, è sabato pomeriggio. Una lista della spesa breve, in due corsie  dovrei esaurire gli acquisti. Mentre percorro il primo corridoio sento alle mie spalle: "Ma vai a cag...!Che scuse sono...Muoviti cretina!" al che mi volto, incuriosita da quell'exploit di finezza.
Ma rimango decisamente basita dalla scena. A pronunciare questo scempio (perché mi rifiuto di chiamarla "frase") è un signorotto grasso, dai lineamenti piuttosto grezzi, che si è rivolto alla figlia la cui età presumo oscillasse tra i 9 e gli 11 anni.
Quando ho realizzato il contesto non ho nemmeno deciso di tirargli un'occhiataccia torva, perché era una reazione naturale a quel quadretto aberrante. Lui non mi ha notata, continuando a riempire il carrello spinto dalla piccola mentre lui faceva il brillante simpatizzando con i commessi. 
Per tutto il resto della spesa ho notato che le uniche parole pronunciate alla figlia sono state "Muoviti","Stai lì","Prendi".
La bambina lo seguiva in silenzio, con una mano a toccarsi le labbra come per stringerle fra le dita. Come se avesse paura di parlare ancora. 
Alla cassa il signorotto cambia totalmente espressione e modi, fa passare avanti a lui una tizia ma continua a ignorare la sua bambina. 
Ora, forse mi lascio trasportare troppo da queste circostanze. Ma veramente, non se ne può più. Genitori che pensano di avere dei baby adulti appresso, che li riempiono di comandi manco fossero telecomandati e usano parole e parolacce senza collegare lingua a cervello.
E quale risultato può esserci, se non dei bambini dis-educati? Sì perché non sono maleducati, questi piccoletti. Non hanno proprio ricevuto un'educazione, né buona né cattiva.
Vengono su come si potrebbe allevare una mucca destinata al macello. 
Nutriti (a volte decisamente ingozzati, vedi i bambini obesi che crescono a Nutella&patatine, almeno stanno buoni mentre guardano la tv....), sgridati (a caso, il più delle volte) e trascurati. 
Bambini che, come tutti i bambini hanno mille domande che frullano per la testa, a cui però non viene spiegato il perché delle cose. 
Bambini che non hanno conosciuto la dedizione e la pazienza, ingredienti basilari per una crescita sana, a mio parere. Che non hanno condiviso i giochi con i loro genitori, troppo impegnati a pensare ai fatti loro e non ai figli loro.
Genitore etimologicamente significa "colui che dà la vita". Basta questo per diventare mamma? Nove mesi di pancione e poi un bel "chissenefrega"? 
Questo argomento mi spaventa e non poco. Sempre più spesso sento di famiglie problematiche, ignoranti. Che si aspettano una volta mandati a scuola i figli, questi tornino a casa corredati di buone maniere e voti stratosferici. Che se invece poi mancano, son due ceffoni e una punizione assicurata.
E allora veramente, che istituissero un esame obbligatorio per chi ha intenzione di metter su 'a famgghia. 
Chessò, un test  per misurare il grado di dignità con cui queste persone vivono, se possiedono la consapevolezza di essere uomini e donne adulti e non animali che seguono solo istinti ferini.
Mariti e mogli che alternano fasi di litigi furiosi a periodi in cui si ignorano nel modo più assoluto, sostando per un breve tratto nell'area di sosta del "volemose bene". 
Quando tra i due, per caso o per amore(?!) spunta un bambino e gli atteggiamenti non cambiano, ecco, il danno ormai è fatto. 
E allora il bambino si metterà a gridare più forte dei due pazzi che hanno il volume della voce a centomila decibel incuranti di quello che il piccolo può assimilare, degli strascichi che gli restano addosso. 
Poi giocherà da solo, senza riuscire a raggiungere le classiche tappe dello sviluppo infantile, perché la loro mamma è impegnata a sguazzare nei suoi vuoti esistenziali mentre il padre ha la scusante del lavoro. 
Poi capirà che amare significa scambiarsi dei baci e delle parole sentite solo raramente, quando vedrà i suoi eroi (anche i peggiori genitori del mondo restano tali, davanti agli occhi ingenui di un bambino) in un breve attimo di pacifica convivenza.


Con il boom di coppie omosessuali registrato negli ultimi anni si sono aperti dibattiti accesi sulla possibilità o meno di rendere genitori i protagonisti di queste unioni. Ho letto pure un divertente libricino su "perché ho due mamme". Non voglio essere generalista ma considerata la passione con cui lottano per ottenere il diritto di accudire, crescere e amare un bambino, credo che molti di loro supererebbero quel famoso esame per ottenere la patente genitoriale, al contrario di alcuni (non tutti, ma alcuni sì ed è contro questi a cui rivolgo la mia invettiva) che, invece, la famiglia la vogliono tirar su giusto perché devono, mentre è lampante che non hanno nessuna voglia di badare alle loro creature.
A volte gli effetti non sono catastrofici, è vero. Ma non possono certo prendersela con gli insegnanti se i loro figlioli tornano con un diario che ha segnate più note che compiti.
Non possono mancare la comunicazione, il rispetto, la condivisione, e, fondamentale, la pazienza. Certo, anche le sgridate fanno bene. Ma devono sempre essere motivate, così che il bambino capisca che la mamma/papà non è un pazzo insensato.Tutti questi ingredienti sono indispensabili come la farina per fare il pane. Ci puoi mettere l'acqua, il lievito, olio e sale ma di sicuro il risultato sarà un gran pasticcio senza forma e con un cattivo sapore.
Questa considerazione un po' arrabbiata nasce dal fatto che un giorno, spero, avrò a che fare con genitori che verranno a colloquio ed esigeranno spiegazioni sulla bocciatura del loro povero piccolo incompreso. Credo che a quel punto li sottoporrò all'esame della patente genitoriale.
E credo anche che boccerò pure loro.

mercoledì 14 settembre 2011

Quattro Stracci.

Ti attraversa gli occhi quel lampo, gelido e penetrante, di quelli che mi si conficcano tra il cuore e un polmone.  Respiro appena, mi arrampico al poco ossigeno che mi rimane attorno, perché lo hai ingoiato tutto tu, il resto. Per gridarmi addosso tutta quella dannata verità. 

Su quanto io sia infantile. 
Ne ho bisogno, sei il mio promemoria in carne e ossa, sei la persona che mi regge lo specchio. 
È grazie a te se riesco a migliorare il peggio che ho.
Ma come faccio a parlare, se mi manca l'aria.
Taccio, inerme.
Aspetto la parola giusta, la frase a mia discolpa. Che però, non arriva. Vorrei riavvolgere il tempo di pochi minuti, controllare una reazione, cambiarmi il carattere. Con una magia. Come non può accadere, nella realtà. Perché questa è fatta da scelte concrete, attimi che ti passano tra le mani e devi essere tu veloce a serrare i pugni per intrappolare le manciate di secondi. Per non pentirti poi, per non aver bisogno di correre a cercare la parola giusta, la frase a tua discolpa. 
E mi sento colpevole, per il non sapermi controllare. Per le emozioni che mi sorprendono con la loro puntualità inaspettata, e mi scaraventano secondo la loro corrente. Non sono brava a nuotare in questo mare, non sono abile a improvvisare, a mettere punti fermi, boe per stare a galla. 
E, appesantita, sprofondo.

Poi quel lampo ti è sparito.
E sei andato via, insieme a quel po' di delusione che accompagna sempre la fine di un litigio.
E ora che mi è rimasto solo l'eco delle tue parole, cosa me ne faccio di tutto quest'ossigeno che mi entra dentro, se non posso più sentirmi soffocare davanti a te?

[...]
La fantasia può portare male se non si conosce bene come domarla, 
ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può più impedire di adoperarla; 
io, se Dio vuole, non son tuo padre, non ho nemmeno le palle quadre, 
tu hai la fantasia delle idee contorte, vai con la mente e le gambe corte, 
poi avrai sempre il momento giusto per sistemarla: 
le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte 
ed avrai sempre le scuse buone per rifiutarla! 

Per rifiutare sei stata un genio, sprecando il tempo a rifiutare me, 
ma non c'è un alibi, non c'è un rimedio, se guardo bene no, non c'è un perchè; 
nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d' esser puttana, 
quando sei dentro vuoi esser fuori cercando sempre i passati amori 
ed hai annullato tutti fuori che te, 
ma io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri, 
persa a cercar per sempre quello che non c'è, 
io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri 
persa a cercar per sempre quello che non c'è, 
io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri 
persa a cercar per sempre quello che non c'è...
[Quattro stracci_F. Guccini]

the pride_William John


“Chiunque può arrabbiarsi, questo è facile. 
Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, e al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto:
 questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile”. Aristotele



mercoledì 7 settembre 2011

uno stralcio di racconto ripescato dal tempo..

"Fammi la magia dell'inchiostro blu." Tono senza richieste, al tabacco.
Il mio editore mi è di fronte, schiacciandomi coi suoi occhi color ebano.

Ha espresso una richiesta, e si aspetta che io la esaudisca.
Dita -le mie dita- contratte, per afferrare la labilità di un pensiero.
Quanto le ho allenate, a catturare quelli che dai più vengono chiamati "attimi".
Uno scatto e percorrevano il tragitto che le separava dalla pagina vergine e senza peccati.
La scia si posava con eleganza impetuosa sul bianco, impietosa decorazione di parole.
A colorare l'anima senza sangue di un foglio.
Sfumarne i possibili significati, smussarne gli angoli.
Impastarsi con la sua impassibilità e infondergli un bagliore di vita
Mettevo in circolo l'inchiostro per attivarne il cuore.
"Non posso." Appena sussurrato. Appena.
Nessun organo avrebbe potuto sopravvivere senza la carica dei battiti cardiaci. Nessun corpo. Neppure quello immobile di una patina di cellulosa.
Ho una necrosi del cuore in corso, mi dispiace Franco, nessuna magia sul tuo palcoscenico.
"Dopo l'ultimo racconto mi aspettavo qualcosa di più che una dichiarazione di incapacità. Mi deludi, sai?"
E se ti dicessi che lì dentro, in quello che definisci "racconto", ci avevo riversato tutto l'inchiostro contenuto nella gabbia toracica, proprio lì, tra i due polmoni?
Ho rischiato di soffocare, vittima del mio stesso trucco da prestigiatrice folle.
So che ti aspetti una mia iniezione di liquido blu.
È inutile che aspiri con più vigore, la sigaretta non può ribellarsi alla sua fine imminente, morirà bruciando di se stessa e su questo sì, hai il potere.
Alzo lo sguardo, incontro i tuoi occhi interrogativi e inizio a spogliarmi, lentamente, strato dopo strato di anima.
"Si, sono incapace. Di provare emozioni che trasformino l'astratto in parole che siano concrete. Di guarire dalle metastasi che mi impediscono di provare quello che la gente comune sperimenta, con cadenza quotidiana. Di sezionare il mondo con l'unica arma di cui ero provvista per affrontare le insidie che uccidono, la mia penna, scudo e fionda al tempo stesso.
Prima di conoscerti non potevo fare a meno di appuntare, registrare, immortalare esistenza, per ogni frangente di eternità.
Lo facevo per svuotare il male che si radicava nei nascondigli di un corpo giovane e instancabile come il mio. Ne ero dipendente, lo so.
Ma di quella droga non sarei morta, se non volontariamente.
Mi macchiavo di colpe che non avrebbero potuto essere assolte eccetto che con una confessione.
E questa arrivava, puntuale e precisa, con le mie storie. Solo loro mi pulivano.
Però poi, grazie allo sporco mondo dell'editoria, ho scoperto che non serve purificare l'anima per ottenere un Giubileo della durata di una storia da raccontare.
Pensavo ci si salvasse scrivendo, distillando goccia a goccia gli umori cattivi, sfino a sfiorare la maniglia di un Paradiso inarrivabile ma evidente.
Allora la pagina non era più una zolla pura da fertilizzare con semi di eloquenza, era un campo da arare per raccogliere i frutti già maturi che la penna materializzava.
E il contenitore di inchiostro, il calamaio e tutte quelle righe sconnesse ma così cariche di espiazione mi rendevano perpetuamente grazia.
Sei arrivato tu e hai risucchiato tutto, con la tua avidità.
Ti deludo, ma mantengo il mio onore. Non sono la tua sigaretta, decido io quando smettere di esistere per te."
Monologo di aria e rumori. Nessuna scia di inchiostro.
Dita -le sue dita- contratte, per afferrare una risma di fogli bianchi e gettarmela addosso.
Che dolce, questa cascata di candore su di me.
Socchiudo gli occhi, lascio che piovano sottili gocce cartacee e, come l'ultima lacrima di un calamaio, sparisco. 




venerdì 8 luglio 2011

"Certi hanno una luce attorno che illumina anche le altre persone."

Qualche tempo fa ho visto un film, "Precious", una storia di riscatto, che come ogni storia di riscatto comincia mettendo in scena una vera e propria tragedia (famigliare, in questo caso..)
La giovane ragazza-madre (Precious, appunto) piena di problemi che assieme all'obesità fisica, le rendono la vita ancora più pesante, abusata dal padre, maltrattata dalla madre e priva di amicizie.
Una catastrofe.
Poi ecco la Fata Turchina che appare.
Niente bacchetta magica in questa favola, solo un gessetto bianco. È una professoressa in gamba, una prima vera amica per Precious. Grazie alla tenacia e all'affetto gratuito di questa donna l'adolescente sarà in grado di formulare un pensiero semplice, ma abbagliante per la sua verità.


"Certi hanno una luce attorno che illumina anche le altre persone. 
Penso che forse alcuni di loro stavano in un tunnel e in quel tunnel forse l'unica luce che avevano stava dentro di loro. 
E Poi, anche tanto tempo dopo che sono usciti dal tunnel continuano a splendere per tutti gli altri."


Così oggi, mesi dopo quel film, incontro di nuovo quelle parole, e le faccio mie.
Siccome le cose belle sono sempre associate all'idea di luce, che è chiara, pura, e ci permette di vedere oltre, ho deciso di allargare il pensiero di Precious e viverlo in prima persona, sulla base della mia esperienza.


Mi è capitata questa vita, quella in cui per ora ho quasi ventidue anni e un bel passato alle spalle.
Mi sono capitate piccole avventure, grandi banalità, ricordi che mi rendono fiera di me e altri di cui arrossisco ancor oggi.
Ma non basta tutto questo per rendere una vita tale.
Perché in un percorso che non si limiti ad essere una mera esistenza si dà il caso che capiti pure dell'altro.
E questo altro sono i Diamanti.
Chiamo diamanti coloro che sono dotati di una facoltà molto speciale:
quella di far brillare la persona a cui scelgono di dedicarsi.
Sono incolori e trasparenti, e ci danno l'opportunità di vederci, vederci dal dentro, dal posto che riserviamo loro e lasciamo che da lì diffondano la propria bellezza.
Filtriamo il mondo in un modo nuovo, se abbiamo la fortuna di aver incontrato un Diamante.
Sembra importarci solo della bellezza, non quella superficiale, ma quella che emerge scavando a fondo, in ogni cosa che viviamo. 
Anche perché non è mica detto che noi per trovare quel Diamante non abbiamo fatto fatica. 
Alle volte ci accorgiamo di averlo accanto senza nemmeno il bisogno di cercarlo, perché ci è stato regalato. Dal Cielo, da qualche Dio, o da un Destino sorridente.
Quando il diamante è una madre, o un padre.
Altre volte bisogna scavare nel fango a mani nude, a cuore pronto. Pronto a lasciarsi accecare non appena il primo bagliore lo colpirà, una volta che il Diamante verrà dissotterrato. Allora, con le dita graffiate per la faticosa ricerca, non ci importerà più del tempo passato a cercare quel piccolo miracolo.
E nel nostro vocabolario decideremo di chiamarlo "amore". 


Poi ci sono le volte in cui capita che magari ingoiamo vetro, perché sbadatamente lo confondiamo.
Ma il vetro non splende.
Il vetro si graffia, si scheggia. Ci graffia. Ci scheggia.
E alla fine, rischiamo persino di farci del male.
I Diamante invece non ci ingannano, non ci taglieranno mai.
Saranno sempre al nostro fianco e allo stesso tempo un passo più in là, pronti a prendere al volo il nostro cuore, se mai dovesse inciampare in qualche buca della vita.







mercoledì 25 maggio 2011

sorrisi di maggio.

Spaccano il cemento i papaveri di maggio.
Mi catturano gli occhi ovunque sbuchino, in campi desolati o su marciapiedi calpestati dai passi sudati dei passanti. Che forse nemmeno se ne accorgono, di quell'intrusione di natura, lì sotto i loro piedi accaldati da tutto questo sole regalato dal cielo.
Pochi petali rossi che si aggrappano l'un l'altro, che non riescono a restare uniti allo stelo non appena vengono colti.. così, pur con tutta la delicatezza depositata su dita innamorate, essi cadono, perdendosi tra le mani che ricevono quel piccolo dono.
Se ne può ammirare una distesa, dal finestrino veloce di un treno che corre verso la prossima stazione, verso il grigiore della città. Ma a un certo punto, la monotonia dello sguardo viene dolcemente sorpresa da un'inconfondibile mare rosso, immerso in erbe alte accanto a una ferrovia.
Fiori di una stagione ben precisa, del periodo dei sorrisi.
Così che più la primavera lascia da parte il suo tepore per accogliere l'afa di una precoce estate, più i miei giorni si fanno carichi di bellezza.
Per una soddisfazione in più, per quel centimetro d'altezza d'animo che cresco, dopo un diverbio con chi mi sta accanto e non è mai sazio della mia compagnia.
Per un sogno che si avvera di un pezzetto, che si fissa sulla carta, quella vera, stavolta, che si trova in libreria a confondersi tra tanti altri nomi.

Guardo questa foto, scattata ormai un anno fa, in cui tanti papaveri tutti simili tra loro sembrano divertirsi a smorzare tutto quel verde; la guardo e mi rendo conto di quanto siano perfetti, nella loro integrità, questi fiori così carichi di vita.
Allo stesso modo mi piace osservare la mia, di vita, come una distesa puntinata di rossi petali ben saldi al loro gambo.

martedì 4 gennaio 2011

il Banchetto dell'Amore - Feast of Love



Un intreccio di storie d'amore, di abbandoni e di nuovi incontri: un film di possibili realtà.
Moderni Romeo e Giulietta, tradimenti e matrimoni, il verosimile è in scena sotto l'occhio vigile di un Morgan Freeman saggio e (anche lui) innamorato. Della moglie e della vita.
Un sottofondo perfetto, decisamente azzeccato per la mia giornata.
Giornata di righe scritte e rimaste lì, appese a un post virtuale. E passate attraverso qualche paio d'occhi, non so fino a quale profondità.
Il film invade lo schermo e la serata, sorprendendomi con una chicca di qualche secondo, nel mezzo, un leggero sottofondo Falling Slowly, note che non scappano via, senza che me ne accorga.
Ancora una volta, la musica.
Ingurgito tutto, ogni scena nella sua semplicità, fino alla fine, coi titoli di coda e un abbraccio che mi tiene stretta a sè ma non mi lascia cadere lentamente, come canta questo squarcio di video.

Falling Slowly_Glen Hansard & Marketa Irglova



venerdì 3 dicembre 2010

da un balcone vedi

"Come eravamo piccoli..."
E ci scappa un sorriso, assieme alla nuvoletta d'aria che esce dalla bocca.
Fa freschino, è decisamente Dicembre, non ci sono dubbi.

Ci sono mattine in cui mi sveglio e sono proprio contenta di quello che sto per fare.
Tipo oggi.
Citofonata lunga perché figurarsi, il proprietario di quel balcone dorme ancora, all'alba delle 9 del mattino. Entrare in una casa dopo tanto tempo, portare un buongiorno frizzantino e qualche brioches piena di crema.
Masticando quei dolci inevitabilmente finiamo per masticare anche ricordi.
E ci ritroviamo proprio lì fuori, su un balcone così grande da abbracciarlo tutto, l'appartamento all'ultimo piano.

"Come eravamo piccoli..."
nuvoletta di fumo e via dicendo..Dicembre, non ci sono dubbi.

Lascio che mi entri dentro tutto quel bianco di cielo e di case coperte di neve, mentre faccio scivolare fuori banali considerazioni sul tempo che passa.
Anni fa, vite fa ormai, a calpestare le stesse piastrelle, a farsi entrare negli occhi lo stesso paesaggio, magari meno bianco e meno mattiniero.
Infatti erano le notti, per lo più.
Passate insieme agli amici, quelli che hai quando i 16,17,18,19 anni ti cadono addosso come il più leggero dei vestiti. Che ti copriva, comunque, e ti calzava proprio bene a quell'età.
Una casa piena di vita che non andava mai a dormire, se non quando la notte si schiariva e gli occhi erano troppo stanchi per guardare un altro film.
Giovani vampiri notturni, con il sangue che li avrebbe nutriti che scorreva nelle vene di bottiglie colorate.
Risvegli appannati, balconi da asciugare (..non so come ma una volta qualcuno ha finito per allagarlo..) cibo sparso per casa, cuscini ovunque..il tipico casino casalingo di un gruppo di adolescenti.
Nei nostri vestiti perfetti.

"Com'eravamo piccoli..."

Li avevo conosciuti solo qualche anno prima, all'oratorio feriale della mia quarta ginnasio.
Mi sono piaciuti tutti quanti.
Ma poi sono arrivati i 19 anni, i 20 e ora i 21.
Anche se abbiamo smesso con quelle notti, il loro ricordo
non mi procura nessuno strappo, al nuovo vestito che ora indosso. Perché inevitabilmente l'ho cambiato.
Quelle notti le ho trasformate in una tasca, nella quale poter frugare per trovare persone che, a distanza di tutti questi anni, ancora ci sono.
Per una colazione e una chiacchierata.
Per sentirci un po' più grandi, appoggiati al muretto di quel balcone.

giovedì 5 agosto 2010

passeggeri distratti


"Treno in transito. Non superare la linea gialla."
Scansione metallica, altoparlante senza volto a ripetere ancora una volta l'avviso ai viaggiatori distratti.
Margherita non si accorge quasi della sfilata di vagoni che la affianca all'improvviso, nella sua corsa lungo il binario 8.
Sta dirigendosi alcune banchine più in là, dove il suo Futuro sta per mettersi in moto e se non si sbriga partirà lasciandola a terra, sul binario sbagliato.
Sul binario dove i treni sono solo "in transito".
Percorre il sottopasso incurante delle mollette che spiccano un breve volo, si sganciano dall'acconciatura castana e precipitano sul cemento calpestato in continuazione da piedi frettolosi. Probabilmente qualcuno le schiaccerà, troppo affannato nella sua corsa verso un treno in partenza.
Margherita corre, spostando appena le grosse ciocche ora libere di caderle sul viso, meschine complici dell'irraggiungibilità del suo Futuro.
I muscoli bruciano per la corsa e per il sole, improperi a fare eco nella sua testa per la costante mancanza di puntualità. Anche oggi, che l'appuntamento è quello a cui non puoi mancare.
Quello che non ti dà l'opportunità, ma la certezza di un cambiamento radicale.
Radicale.
Le avrebbe strappate tutte le radici che la tengono ancorata al suo paese senza "domani", e alla sua vita protratta verso un infinito "ieri".
Scala in salita, finalmente lo spiraglio si fa concreto.
Stringe a sè la Louis Vuitton e un'ondata di cuoio prende la rincorsa e si intrufola nel naso,
"Ecco, poi non lamentarti che non ti faccio mai regali originali... in tutti i sensi!"
Ondata di ricordi a infrangersi sugli scogli del cuore.
Respinge quello spettro improvviso di passato che vorrebbe scaraventare giù da quei gradini, insieme alle mollette ormai perse per sempre.
Lo sforzo compiuto nell'ultima rampa sembra essere quello decisivo, le permette di raggiungere la prima carrozza, il suo Futuro è ancora lì che la sta aspettando.
Sorride Margherita tra le gocce di sudore che le imperlano la fronte, ora completamente spettinata.
La porta resta aperta ancora qualche secondo e Margherita, la borsa di cuoio, e la voglia di partire balzano finalmente sul treno.
Aspetta a cercare un posto per il suo viaggio, pregusta in piedi socchiudendo appena gli occhi, le coincidenze che, stavolta no, non potrà permettersi di prendere al pelo, le diverse stazioni in cui il suo Futuro sui binari riposerà, i viaggiatori che le terranno una silenziosa compagnia.
Avverte un fischio segnalatore di una partenza, ma i vagoni di pensieri deragliano improvvisamente.
Occhi spalancati e increduli.
Rimane ferma e incapace di agire, mentre dalla banchina accanto il su
o treno lascia il primo binario, lo lascia quasi a rallentatore, come a voler fare un dispetto alle coincidenze che non conosceranno mai l'impazienza di quella ragazza. La frenesia del suo voler sradicarsi l'ha portata a un treno più in là.
Ora, per quanto completamente allibita, può solo decidere se tornare a far rapprendere l'acido lattico liberato nella corsa oppure percorrere quella carrozza sbagliata alla ricerca di un sedile vuoto che accolga quella viaggiatrice distratta, che fruga nella borsa alla ricerca di chissà quale oggetto prima riposto con tanta cura e ora disperso in disordine, come la proprietaria.
Non ha segni da aspettare, non crede in nessun destino.
Dovrebbe essercene almeno uno, di destino, per decidere di crederci.
Ha scelto Margherita. La sua bocca ha deciso di accettare la sfida, formando un archetto all'insù. Labbra che si dischiudono in un sorriso, quasi complice di quella piccola disavventura.

Una giovane donna percorre il corridoio di questo treno male illuminato.
Lancia occhiate a destra e a sinistra, lentamente, lo fa senza mutare mai un'espressione di insolita felicità, quasi curiosità infantile.
Dal pugno chiuso scende un manico di Louis Vuitton.
Poso la penna e torno a guardarla un'ultima volta prima che scompaia dalla mia vista.
Lei è la mia Margherita, lei e il suo sguardo straripante di speranza.
Non la conosco nè saprò mai il suo vero nome, ma ha tenuto compagnia al mio viaggio, regalandomi la possibilità di inventare una storia che possa indossare senza difetti o strappi. Una storia che le calza a pennello.
Mia eroina anonima, ti auguro un Futuro come quello che ho immaginato per te.
Hai tutta l'aria di desiderarlo anche tu.