La Rivista Culturale

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giovedì 20 luglio 2017

Cinque (..e mezzo) consigli da sfogliare

Mi sto godendo alla grande le ferie e per me godersele significa, innanzitutto, leggere. Mi sento quindi in dovere di condividere con voi (e voi a vostra volta, se vi va) qualche consiglio di lettura. La mia libreria piange per il peso che è costretta a sopportare, per cui aspettatevi altre recensioni librarie da qui a breve. Intanto, segnatevi questi titoli... (e fatemi sapere se i sono piaciuti o se già li conoscete!)


Stoner di John Edward Williams: tanto avevo letto di questo libro, tanto vorrei scriverne ora, dopo averlo divorato. La piatta vita del protagonista, scandita da traguardi non particolarmente significativi, quasi faticando a provare le gioie e le grandi passioni che animano l'esistenza umana, ha una capacità magica di coinvolgere il lettore e appassionarlo come la bella narrativa americana sa fare. Il professore universitario William Stoner, nato a fine '800 da una famiglia di contadini, insegna presso l'università del Missouri fino alla sua morte. Nel corso dei suoi sessantacinque anni conosce solo successi di poco conto, sposando una donna che non lo amerà mai (o comunque lo farà male e a modo suo). Eppure, la prosa di questo romanzo, incanta. Nel momento in cui Stoner prende in mano la sua vita, decidendo la sorte di uno studente universitario, deviando quello che sembrava un destino già segnato, noi siamo lì, accanto a lui, a osservarne i gesti, misurarne le parole. Difficile da descrivere, lo ammetto. Ma proprio per questo, necessario da leggere.
Per: chiunque abbia voglia di innamorarsi di un libro. E per chi insegna, obbligatorio.


L'estate fredda di Gianrico Carofiglio: ammiro e stimo l'autore di questo bel romanzo, corposo ma anche scorrevole, come sa essere appunto l'ex pm che ha voluto regalarci una nuova avventura del maresciallo Pietro Fenoglio. Ambientato in un 1992 che appena marginalmente è interessato agli scandali di Tangentopoli, mette in scena le vicende di una mafia pugliese dai tratti rudi, arcaici, fatta di ritualità e impregnata di un simbolismo parossistico. I protagonisti si muovono in un mondo e con una terminologia che appartiene alla sfera della mafia, se ne indagano le caratteristiche, i legami, le azioni. Intelligenza, fortuna, ambiguità, portano Fenoglio e un suo collega a risolvere un'indagine apparentemente semplice, scavando nelle vite di criminali e non, anche attraverso il linguaggio ipnotico e burocratico dei verbali giudiziari. 
Per: chi apprezza una scrittura lucida e solida, con una trama avvincente e mai scontata.

Coraggio! di Gabriele Romagnoli: ho assistito alla presentazione di questo breve ma succoso libricino ed è stato amore a prima vista (anzi, a prima "sentita"). Il giornalista e scrittore Romagnoli si concentra su di un tema apparentemente astratto e labile: il coraggio. Portando al lettore una serie di esempi ben concreti di atti di vero e proprio coraggio, si arriva gradualmente alla comprensione piena di un valore di cui è possibile, anzi, probabile, avere un'esperienza diretta. Umanità, attualità, storia, si mescolano in un cammino che percorriamo insieme all'autore, indagando le sfumature e le caratteristiche che ci fanno additare come coraggiosi determinati individui. In Solo bagaglio a mano (altro libro dello stesso autore che consiglio appassionatamente) venivamo messi a nudo di fronte alle priorità, alle esigenze di una vita, e lo facevamo guardando a un oggetto simbolico come, appunto, il bagaglio a mano. Quanto puoi riempirlo per portare con te solo e tutto lo stretto necessario? Quanto puoi riempire la tua vita, con ciò che veramente conta? In Coraggio, la protagonista è ancora una volta la vita, e ci invita a guardare ad essa mettendone in luce le qualità che fanno di noi esseri umani.
Per: chi non crede agli eroi, chi ha sfiducia nel mondo; ma anche per chi sa valorizzare il piccolo gesto, o le grandi scelte compiute da persone comuni.

Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol: una storia (vera) di quanto possa essere straordinariamente normale la vita di un ragazzo down, raccontata dal fratello maggiore. Giacomo, giovanissimo scrittore, rapisce con una prosa leggera, vivace, senza pretese se non quelle di raccontarci la sua famiglia e, in particolare, la fortuna di avere un fratello come Giovanni: bambino enigmatico, con gli occhi da cinese e una voglia irrefrenabile di godere appieno le gioie della vita. Difficile penetrare in quel mondo apparentemente semplice, decifrarne il linguaggio, comprenderne le sfumature. Eppure Giacomo Mazzariol ci riesce e regala pagine di tenerezza, lucidità, consapevolezza e verità. 
Per: tutti, ad ogni età e latitudine. Per capire, imparare, e perché no, commuoversi.


Qualcosa di Chiara Gamberale: a prima vista un libro per bambini, con tanto di illustrazioni e caratteri di scrittura piuttosto grandi. Una sorta di delicatissima fiaba che ha come protagonista la figlia di Qualcuno di Importante e Una di Noi (rispettivamente re e regina): battezzata subito Qualcosa di Troppo, per la smania dimostrata fin dalla nascita nella sua fame di vita, ché nulla le bastava mai. Una ricerca della gioia in più, dell'amore in più, dell'esperienza in più. Fuggendo la noia, quando invece anche la noia riempie la vita, come le insegnerà il Cavalier Niente. In un'ambientazione surreale, in un'avvincente alchimia tra semplicità e filosofia, accompagniamo Qualcosa di Troppo nella sua avventura e ne veniamo ricompensati con una consapevolezza in più: imparare a rifuggire dalla costante necessità di riempire in modo ossessivo la vita per assaporare invece l'apparente vuoto di un cielo, ammirato distesi su di una collina erbosa. 
Per: tutte le età di chi ama viaggiare in un sogno a occhi aperti; la lettura multistrato appassionerà grandi e piccini, anche grazie alle illustrazioni di Tuono Pettinato.




sabato 8 novembre 2014

Una patente per essere mamma e papà (o mamma&mamma/papà&papà)

Entro al supermercato, è sabato pomeriggio. Una lista della spesa breve, in due corsie  dovrei esaurire gli acquisti. Mentre percorro il primo corridoio sento alle mie spalle: "Ma vai a cag...!Che scuse sono...Muoviti cretina!" al che mi volto, incuriosita da quell'exploit di finezza.
Ma rimango decisamente basita dalla scena. A pronunciare questo scempio (perché mi rifiuto di chiamarla "frase") è un signorotto grasso, dai lineamenti piuttosto grezzi, che si è rivolto alla figlia la cui età presumo oscillasse tra i 9 e gli 11 anni.
Quando ho realizzato il contesto non ho nemmeno deciso di tirargli un'occhiataccia torva, perché era una reazione naturale a quel quadretto aberrante. Lui non mi ha notata, continuando a riempire il carrello spinto dalla piccola mentre lui faceva il brillante simpatizzando con i commessi. 
Per tutto il resto della spesa ho notato che le uniche parole pronunciate alla figlia sono state "Muoviti","Stai lì","Prendi".
La bambina lo seguiva in silenzio, con una mano a toccarsi le labbra come per stringerle fra le dita. Come se avesse paura di parlare ancora. 
Alla cassa il signorotto cambia totalmente espressione e modi, fa passare avanti a lui una tizia ma continua a ignorare la sua bambina. 
Ora, forse mi lascio trasportare troppo da queste circostanze. Ma veramente, non se ne può più. Genitori che pensano di avere dei baby adulti appresso, che li riempiono di comandi manco fossero telecomandati e usano parole e parolacce senza collegare lingua a cervello.
E quale risultato può esserci, se non dei bambini dis-educati? Sì perché non sono maleducati, questi piccoletti. Non hanno proprio ricevuto un'educazione, né buona né cattiva.
Vengono su come si potrebbe allevare una mucca destinata al macello. 
Nutriti (a volte decisamente ingozzati, vedi i bambini obesi che crescono a Nutella&patatine, almeno stanno buoni mentre guardano la tv....), sgridati (a caso, il più delle volte) e trascurati. 
Bambini che, come tutti i bambini hanno mille domande che frullano per la testa, a cui però non viene spiegato il perché delle cose. 
Bambini che non hanno conosciuto la dedizione e la pazienza, ingredienti basilari per una crescita sana, a mio parere. Che non hanno condiviso i giochi con i loro genitori, troppo impegnati a pensare ai fatti loro e non ai figli loro.
Genitore etimologicamente significa "colui che dà la vita". Basta questo per diventare mamma? Nove mesi di pancione e poi un bel "chissenefrega"? 
Questo argomento mi spaventa e non poco. Sempre più spesso sento di famiglie problematiche, ignoranti. Che si aspettano una volta mandati a scuola i figli, questi tornino a casa corredati di buone maniere e voti stratosferici. Che se invece poi mancano, son due ceffoni e una punizione assicurata.
E allora veramente, che istituissero un esame obbligatorio per chi ha intenzione di metter su 'a famgghia. 
Chessò, un test  per misurare il grado di dignità con cui queste persone vivono, se possiedono la consapevolezza di essere uomini e donne adulti e non animali che seguono solo istinti ferini.
Mariti e mogli che alternano fasi di litigi furiosi a periodi in cui si ignorano nel modo più assoluto, sostando per un breve tratto nell'area di sosta del "volemose bene". 
Quando tra i due, per caso o per amore(?!) spunta un bambino e gli atteggiamenti non cambiano, ecco, il danno ormai è fatto. 
E allora il bambino si metterà a gridare più forte dei due pazzi che hanno il volume della voce a centomila decibel incuranti di quello che il piccolo può assimilare, degli strascichi che gli restano addosso. 
Poi giocherà da solo, senza riuscire a raggiungere le classiche tappe dello sviluppo infantile, perché la loro mamma è impegnata a sguazzare nei suoi vuoti esistenziali mentre il padre ha la scusante del lavoro. 
Poi capirà che amare significa scambiarsi dei baci e delle parole sentite solo raramente, quando vedrà i suoi eroi (anche i peggiori genitori del mondo restano tali, davanti agli occhi ingenui di un bambino) in un breve attimo di pacifica convivenza.


Con il boom di coppie omosessuali registrato negli ultimi anni si sono aperti dibattiti accesi sulla possibilità o meno di rendere genitori i protagonisti di queste unioni. Ho letto pure un divertente libricino su "perché ho due mamme". Non voglio essere generalista ma considerata la passione con cui lottano per ottenere il diritto di accudire, crescere e amare un bambino, credo che molti di loro supererebbero quel famoso esame per ottenere la patente genitoriale, al contrario di alcuni (non tutti, ma alcuni sì ed è contro questi a cui rivolgo la mia invettiva) che, invece, la famiglia la vogliono tirar su giusto perché devono, mentre è lampante che non hanno nessuna voglia di badare alle loro creature.
A volte gli effetti non sono catastrofici, è vero. Ma non possono certo prendersela con gli insegnanti se i loro figlioli tornano con un diario che ha segnate più note che compiti.
Non possono mancare la comunicazione, il rispetto, la condivisione, e, fondamentale, la pazienza. Certo, anche le sgridate fanno bene. Ma devono sempre essere motivate, così che il bambino capisca che la mamma/papà non è un pazzo insensato.Tutti questi ingredienti sono indispensabili come la farina per fare il pane. Ci puoi mettere l'acqua, il lievito, olio e sale ma di sicuro il risultato sarà un gran pasticcio senza forma e con un cattivo sapore.
Questa considerazione un po' arrabbiata nasce dal fatto che un giorno, spero, avrò a che fare con genitori che verranno a colloquio ed esigeranno spiegazioni sulla bocciatura del loro povero piccolo incompreso. Credo che a quel punto li sottoporrò all'esame della patente genitoriale.
E credo anche che boccerò pure loro.

lunedì 21 febbraio 2011

Transilvania on the road, in the heart.

Per un attimo sembrerebbe augurarci un "ben arrivati", ma poi torna a immergere il muso nero nella neve.
Forse ha fiutato del cibo, forse scava alla ricerca di qualcosa.
Ma che ne so io dei cani randagi.
Eppure qui è pieno, e tutto sembra andare bene. Nessuno mostra attenzione nei confronti di queste bestiole solitarie, che a noi fanno tanta tenerezza. E tristezza.
La gente invece nemmeno li guarda.
La gente di qui, intendo.
"Qui" si traduce in "Transilvania". Una regione della Romania, la più nota probabilmente.
Per le sue leggende, per le storie sui vampiri e in particolare per quel tal conte Dracula.
Non molti sanno che in questa terra si snoda la catena dei Carpazi, un gruppo di montagne modesto, che a fatica svetta oltre i 2500 metri, ma che è il genere di paesaggio che un lungo viaggio in auto richiede.
Ancora meno persone saranno a conoscenza del fatto che la cucina rumena offre un menu invidiabile, soprattutto per gli amanti della buona carne e dei sapori non scontati.
Solo chi c'è stato, poi, potrà concordare sul fatto che questo è un Paese stanco, un Paese con le potenzialità ma con le cicatrici del passato.
E le cicatrici sono quei fili neri dell'elettricità che collegano tra loro i pali della luce, i fili che pendono, ammucchiati a caso, a fascio, che imbruttiscono una città importante come Bucarest, e la rendono soltanto un residuo di guerra e vecchiaia.
È un mondo lasciato a sè, questa fetta di Romania che in 5 giorni appena ho potuto visitare.
Attraversandone i paesini, quelli più dispersi nelle vallate, quelli che le tapparelle sono abbassate anche di giorno e i panni stesi anche se nevica.
E anziane donne cariche di pesi sulle spalle, coi loro foulard colorati attorno ai capelli.
E sul ciglio della strada pollici in su a implorare un autostop.
E pastori, e carri ai limiti dell'autostrada, e una via sola che collega più centri abitati.
E i cani randagi, ovunque, indifferenti alla gente, proprio come la gente di qui.
Sarà il clima ancora invernale, sarà la povertà.
È un senso di incuria dilagante, tranne che negli alberghi. Perché quelli, anche se a 3 stelle, non si fanno mancare il televisore schermo piatto. Per i loro ospiti occidentali, certo. Mentre noi ammiriamo la nostra stanza con tanto di soppalco fuori scorre il traffico di chi vorrebbe assomigliare a quel mondo geograficamente lontano, il nostro bel mondo dorato e luccicante, dal quale sono in grado di copiare una scritta in stile hollywoodiano da porre in cima a una collina.
Ma qui siamo a Brasov, mica nei dintorni di Los Angeles.
Qui non ci sono star, qui a stento si intravede la luna, nel cielo.

E la radio, poi.
Un vero stupro per delle orecchie allenate a tutt'altra musica. La mancanza di gusto si diffonde anche con le note, e non c'è da stupirsi se il Bocelli di "con te partirò" si alterna a un paio di canzoni dance (orribili..) e a una melensa vocina femminile anni '90. Miscugli improbabili, mancanza di bellezza.
Come anche le case. Incomplete, mezze colorate, fatiscenti per lo più. Finchè non ti trovi davanti a un edificio imponente, e non capisci se lo abita qualcuno o è abbandonato pure lui, giusto per tenere compagnia a tutti quei randagi che zampettano per strada.















Ma i più sanno solo che in Transilvania ci è nato Dracula, quel signore coi denti aguzzi e una passione sfrenata per il sangue.. e allora corri a visitare il suo castello (in cui pare abbia risieduto saltuariamente, per altro), e te ne freghi delle storie inventate, ti lasci incantare da quella magia. Perché il cielo sembra più grigio del solito quel giorno, e lo sfondo non potrebbe essere più azzeccato per quella visita "sinistra".
Castello di Bran, di Vlad l'Impalatore
 Piazza grande di Sibiu,città capitale della cultura 2007.

Castelli, rocche medievali, chiese evangeliche e ortodosse. Queste ultime intrise di una spiritualità nuova, emanata dalla ricchezza delle decorazioni su ogni parete, neanche un bordo scoperto. Senza panche a occupare lo spazio, silenzio di devozione e alti soffitti che accolgono le preghiere.
(castello di Bran, residenza di Vlad l'Impalatore)

Una vacanza diversa, insolita, ma che già so si inchioderà nella memoria, condivisa con chi amo e quindi vissuta con grande entusiasmo.
..E ogni cane solitario che incrocerà il mio cammino,per i miei occhi avrà il pelo macchiato dal ricordo di questi giorni rumeni.

Multimesc, Transilvania.
(attraversando i Carpazi)

giovedì 16 dicembre 2010

Loro e gli altri. Ahi serva Italia.


Voci soffocate, manganelli che gridano.
Rabbia giovane, mondo vecchio.

Loro sostengono la necessità di ricorrere a metodi nuovi per farsi ascoltare, dopo un anno di lezioni in piazza, cortei e pacifiche richieste.
Ma arriva un giorno che si chiama 14 dicembre.
Lacrimogeni, scontri, incendi.
E poi loro, i giovani, fuori in piazza.

Gli altri, quelli dentro, protetti nella bambagia parlamentare, quelli che invece a quanto pare, hanno il diritto di prendersi a cazzotti, quando gli insulti finiscono.
Incapaci o privi della voglia di interrogarsi sul perché là fuori, a pochi metri dalla culla di palazzo Chigi, un'onda di ferocia infiamma le strade, paralizzando u
na città.
Perché.
Domande troppo scomode per quei seggiolini confortevoli.
Sfugge il senso delle cose, resta e cresce l'odio, alimentato dall' incapacità, quella degli altri, che dovrebbero provare a rispondere, per impedire che quell'onda ingigantisca e si tramuti in uno tsunami, come il 14 dicembre.
Violenza ignorante, paralizzante.

Urla, accuse, sceneggiate.
E c'è, negli altri, chi continua a negare con fermezza e fierezza la catastrofe generale.
Attori di uno spettacolo tragicomico, solito copione senza battute finali.

Disoccupazione, precarietà, insicurezza.
Loro chiedono ascolto.
Gli altri hanno orecchie solo per sentire l'eco della propria voce.

E un quasi duemilaeundici spettrale, come prospettiva.
Colorato dalla fluorescenza dei lacrimogeni o dal blu dei caschi di chi compie il proprio lavoro, anche se forse, nemmeno vorrebbe trovarsi lì, in quella folla arrabbiata che ha tutti i diritti di protestare - e soprattutto, di essere ascoltata-, ma non di agire con violenza e vandalismo sfrenato.
Dispiace sentirsi dire " Mi auguro andrai a vivere da un'altra
parte appena potrai..".
Parole di una mamma preoccupata per questo futuro che non è degno di chiamarsi tale, per chi nutre speranze che, per il momento, sembrano evanescenti come le promesse che non mantengono quasi mai, gli altri.


"Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!"

Dante Alighieri, Purgatorio, Canto VI, 76-78

sabato 27 novembre 2010

Sì, viaggiare.

[Stoccolma_Svezia]

Prendi un aereoplano, usa le tue gambe, sali su un autobus.
Respira arie nuove, assaggia storie sconosciute.
Nutri gli occhi con paesaggi che potrai rigustare solo tramite fotografie.
Ascolta silenzi ricoperti di neve.
Imprimi ogni sensazione in qualunque parte, dentro di te, sulle pagine di un quaderno, che fa comunque parte di quello che sei. Sei parole, scritte per non dimenticare.
Instancabile desiderio di visitare città, mischiare i propri sguardi incuriositi con quelli che non parlano la tua stessa lingua, ma che sono capaci di arricchire di un pizzico di calore e colore il gelido bianco che ti circonda.
Strade percorse alla ricerca di un arrivo senza fretta, pavimenti che si lasciano calpestare e che sembrano condurti loro, verso una meta.
Il mare intorno, sempre, il mare della Svezia che non è azzurro come la sua bandiera.
Paese-arcobaleno, arricchito da colori artificiali perché la natura è ingrata con lui, in questo freddo inverno.


..Dolcemente viaggiare,
rallentare per poi accelerare,
con un ritmo fluente di vita nel cuore,
gentilmente senza strappi al motore.
[Lucio Battisti]

Come in un quadro, imprimere uno scorcio di mondo lontano migliaia di kilometri dalla tua vita.
Nonostante tutta quella neve e il clima ostile e il buio che calava presto, provare una sensazione di calore, nel riportare la mente a quei tre giorni svedesi.
Tack Stockholm, per aver regalato la tua bellezza a due piccoli esploratori con tanta voglia di viaggiare.