La Rivista Culturale

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domenica 30 luglio 2023

Belgio vagabondo: intro sentimentale (spoiler: mamma innamorata)


 

I baci mandati con la mano mentre saliva la scala, in braccio al suo "papàLuca". Gli ho augurato una buonanotte, consapevole che domani mattina verrò svegliata dalla sua voce che ci chiama e i suoi passi che faranno scricchiolare il parquet del sottotetto di una casa su tre piani, per arrivare di corsa nel lettone e augurarci un Buongiorno a suon di sorrisi e richieste "la storia di oggi", per conoscere in anticipo quello che succederà e pregustarlo. Ora è il mio momento di aggiornare questo diario emotivo/itinerante, raccontando la prima settimana di una vacanza organizzata tempo fa, con un largo anticipo che ci ha poi visti cambiare qualche piano perché le meraviglie della Vita che accade creano sorprese e scombussolano i programmi... Ad ogni modo eccoci qui, prima nel sud collinare del Belgio, ora nelle distese esposte ai venti provenienti dall'oceano, nel cuore delle Fiandre. Racconterò i sette giorni iniziali di un viaggio che ha avuto un epicentro, cioè l'accogliente "gite" (come chiamano in Vallonia gli appartamenti rurali in pietra, immersi nella campagna) distante qualche km dalla cittadina di Dinant. Il nostro soggiorno è appunto cominciato in un cuore verde di un parco (quello di Furfooz) che non abbiamo potuto visitare come avremmo voluto causa continue piogge, ma la quiete che ci circondava ha comunque contribuito a un senso di benessere che ci accoglieva a ogni rientro della "casa del Belgio" come è stata denominata da Zeno. 


Un cavallino a salutarci, oltre la vetrata, mucche al pascolo da osservare durante le colazioni (categoricamente casalinghe, poi aprirò un capitolo cibo e costi che non pensavo proprio sarebbe stato così "tosto"!). Trascrivo uno stralcio impresso in un diario cartaceo, di due giorni fa (quando viaggio porto sempre con me un diario per appuntare i dettagli, le emozioni, i momenti da ricordare, oltre al "diario di Zeno" che racconta le sue vicende in prima persona, così da avere un personale quadernino dei racconti delle avventure vissute una volta che sarà grande).

"Ticchettano gocce stanche giù dai rami di aghifoglie, scendono lente dopo la -solita- pioggia quotidiana. Una tregua inaspettata, che posso godermi dal giardinetto della nostra casa in Vallonia. Rustica ma elegante, ampia, ricca fin troppo di oggetti tanto che dopo una settimana qui continuo a scoprirne di nuovi (e allontanarli dalle fin troppo rapide e curiose mani del quasi duenne). Dai sassi è evaporata tutta l'acqua scesa nelle scorse ore. Un vociare francese (ché qui è la lingua parlata) fa da sottofondo ai miei pensieri, che si fondono coi rumori di una natura che sa di boschi, allevamenti all'aria aperta e nuvole multiformi.


Interrompo il mio flusso di parole per accogliere quel meraviglioso sole dagli occhi color cielo che è mio figlio. Qui lo scambiano tutti per un bambino del posto, tanto è biondo e con gli occhioni azzurri. Si è svegliato dal suo  riposino e si accoccola tra le mie braccia, osservando insieme a me quello che ci circonda, per la prima volta su questa sdraio. Noto che la prima azione che compie appena varcata la porta-finestra è inspirare profondamente "Sento l'odore del fieno!" Esclama, soddisfatto appena lo riconosce, denso e pungente, nell'aria. Devono ancora sbocciare i suoi due anni e non mi capacito di quanto velocemente acquisisca competenze linguistiche, stupendomi ogni volta che se ne esce fuori con parole sentite e ripetute in frasi appropriate o chiedendo in modo buffo e curioso "che cosa hai ditto mamma?" quando non gli è chiaro qualcosa, a mo' di cantilena. E quanto racconta, ci descrive le azioni che compie, ripercorre con le parole quello che ha vissuto.

E quindi eccomi qui a raccontare quello che insieme abbiamo vissuto, in questa prima settimana, allo sgocciolare del mese di luglio."


Continuerò il blog con le avventure vissute tra distese verdissime, teatri di molte battaglie della Storia, nella Somme dei carri armati, in quei prati immensi immersi nelle foschie basse; proverò a descrivere la mutevolezza di un cielo capace di regalare a una velocità a cui non sono abituata una gamma cromatica tanto vasta; vi porterò nelle piazze dei paesi visitati, o nei corridoi di abbazie di un tempo, di cui restano muri e tradizioni di monaci mastri birrai, correndo insieme a me e alle altre quattro gambe con cui sto visitando questo pezzo d'Europa (ovviamente muniti di giacca per la pioggia e stivali di gomma!).




domenica 17 giugno 2018

Avventure.

Letteralmente "le cose che accadranno".
Tutto ciò che non è l'oggi e tanto meno lo ieri, bensì adventura, ciò che verrà. Non si specifica se in bene o in male, se con brividi dati dall'incertezza o singhiozzi nel cuore.
Nell'etimologia della parola non c'è niente di tutto questo, siamo noi uomini a voler identificare, nel termine, qualcosa che ci scompiglierà, che ci muterà nel profondo, che ci lascerà uno strascico nel futuro.
Inevitabilmente, la sfumatura di incertezza mista ad eccitazione è esattamente il significato che do io stessa a questo vocabolo che sta per concretizzarsi, con un futuro in via di realizzazione che non ha ancora le fattezze di un sentiero, ma piuttosto di una verdeggiante vallata aperta, sulla quale splende un sole di speranze.

Ho provato a fare una breve ricerca immagini su Google, per avere la conferma che sì, anche il più celebre motore di ricerca del mondo occidentale, la pensa come molti: l'avventura è spazi aperti, zaino in spalla, braccia spalancate mentre ci si lancia in boschi più o meno selvaggi.

Qui, direttamente dalla mia casa bianca e azzurra a qualche centinaio di metri dal mare, pregusto queste "cose che accadranno"; me le figuro, ci faccio qualche ricamo, le infarcisco di aspettative che, chissà. Un'estate insolita è quello che mi aspetta, un primo solco nella direzione di un nuovo futuro possibile, per verificare che il terreno sia effettivamente calpestabile e sullo stesso terreno un giorno poter costruire una casa, una nuova casa che non sarà più azzurra e bianca probabilmente, ma magari vicino a uno specchio d'acqua, beh, quello sì.

Chi si abitua a vivere vicino al mare, come può poi abituarsi all'assenza di tutto quel blu?

Ora che scrivo di lui, dell'onnipresente mare per chi vive su di un'isola come me, mi rendo conto che mi chiama a sé. Una passeggiata sulla riva, qualche sguardo al suo orizzonte. A scrutare là, dove il cielo e l'acqua fanno l'amore e i sogni degli uomini vengono cullati dalle onde, che prima o poi porteranno a riva nuove avventure....


giovedì 31 dicembre 2015

...almanacchi per l'anno nuovo?

Illusioni di felicità per un anno venturo.
Certezze che i 365 giorni che volgono al termine stanno tramontando con un sole pieno inghiottito dalla linea dell'orizzonte. Un tramonto che lascia senza fiato, appagante e intenso.
Incognite che, instancabilmente, macchiano il domani, lo contaminano prima ancora che si realizzi, a volte colorandolo di speranze, altre sporcandolo di incertezze.
Un'agenda nuova, elegante, al riposo dentro una borsa per il nuovo lavoro. Agenda nuda, vergine di impegni, al contrario di me in questi giorni di ritorno, di ri-abbraccio, ri-tutto.
Percepire una nostalgia di casa, di mare, di vita appena cominciata che immaginavo piena e bellissima ma non così tanto.
La consapevolezza che mancheranno, ancora, persone, affetti, situazioni.
Ma poi ripenso a quel cielo immenso che domina il mare e la natura (che, a sua volta, domina la terra di quell'isola), gli stormi di uccelli che danzano bucherellando le nuvole e ci strappano sorrisi di meraviglia.
Fenicotteri rosa, gabbiani canterini. Strade mai battute che diventano una routine, quotidianità da scoprire con entusiasmo, senza fretta.
"Che scelta importante hai fatto!", mi ripetono molti amici. Io distendo le labbra in un sorriso, e non so mai cosa rispondere. Perché non si è trattato di lasciare tutto e seguire il cuore, la mia vita in Sardegna è molto di più. Si tratta di un battesimo di vita raddoppiata che, in questi cinque anni, aspettava di prendere forma, una conseguenza naturale, il parto dopo la gestazione. E rinascere in due è un miracolo che mi incanta, ogni giorno. Indipendentemente dalla mia nuova isola, da quel luogo vicino al mare che, naturalmente chiamo casa.
Leopardi si interrogava sulla felicità umana nel suo dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere. Io vivo con la consapevolezza che, calendari o meno, la vita è lo spettacolo più imprevedibile a cui possiamo essere al contempo spettatori e protagonisti. E quindi, su il sipario e buon anno nuovo a tutti.

sabato 19 dicembre 2015

Elenchi: tempo di imparare.

Nel pc la lista di film (e serie tv) per le sere sul divano.
Una lista di libri appesa ai tappi di sughero di una bacheca (graditissimo regalo per noi e la nostra casetta). Accanto, un elenco di attività ed escursioni che vogliamo effettuare in questa terra ancora nuova, per noi.Il frigo, perennemente addobbato da una lista della spesa continuamente modificata.
Liste di cose da preparare per la scuola, di oggetti da non dimenticare, da mettere in valigia quando si dovrà partire per tornare "in continente". Gli elenchi mi son sempre piaciuti molto, mi danno l'idea di un ordine di cui non sono mai riuscita ad essere padrona. Freddi, calcolati, chiari. Il contrario di quando apro un file word e butto dentro la baraonda che mi frulla in testa.
Poi incontro una classe, musini di futuri uomini e bozzoli di donne che hanno energia da vendere, euforie da catturare e riconsegnare sotto forma di spiegazioni entusiaste (ed entusiastiche). Sono piccini, ma hanno un mondo imprigionato dentro. Hanno voglia di esprimersi, di darsi una forma, di costruire la propria personalità. 

Vivaci e in balia di noi grandi, noi guide, noi ancore nel loro oceano adolescenziale. Noi che poi, a un certo punto, ci sentiamo tanto piccoli, ancora più piccoli di tutti quei bachi da seta pronti a sbocciare: succede quando incontriamo qualcuno che, anche se ha solo tredici anni, ha un mondo dentro che nessun altro, nemmeno un adulto, riesce a comprendere. Non per la confusione che vi governa, anzi! Il suo mondo si regge su un'incredibile ordine, una sorta di catalogo in continuo ampliamento, in cui nozioni, concetti, parole nuove si combinano e prendono una posizione definitiva. Questo bambino grande, come molti altri bambini grandi, vive delle difficoltà sconosciute ai suoi coetanei, la sua rapidità nell'eseguire gli esercizi assegnati dai vari prof entra in collisione con una semplice battuta non capita, un doppio senso che non riesce ad essere compreso, che non rientra nel campo, tanto sicuro, della logica e della razionalità. E allora questi tredici anni in un corpo che ha voglia di crescere fanno fatica, si allungano di qualche centimetro, continuano a memorizzare spiegazioni, fermate dell'autobus, nomi di stelle, ma devono compiere uno sforzo sovrumano per ridere a una battuta del compagno di classe. Ecco che tornano gli elenchi, le cose messe per iscritto e ordinate con cura, con un senso. Un'ancora indispensabile, per quel bambino grande, un di più superfluo, per gli altri.In questo Natale nuovo, vissuto al di qua del mare, inizierò forse un nuovo elenco, che avrà il titolo di un prezioso libro (altro regalo, impregnato di bene e saggezza): tempo di imparare.
Perchè, soprattutto quando si ha la penna rossa in mano, si ha il dovere di dare, prima di tutto, un giudizio a se stessi.

venerdì 7 gennaio 2011

Quando tiri in mezzo Dio, o il Destino o chissà che.

Mi sto lavando i denti, azione automatica che innesca una serie di pensieri che non scivolano via con l'acqua, giù dal rubinetto.


Mi sto lavando i denti e intanto, qualcuno, in un angolo a caso di questa Terra rotonda, muore.

La Morte, misteriosa presenza di cui si conosce soltanto la voragine di assenza che lascia,
che si porta via un corpo e la sua anima.
Per quanto la si viva quotidianamente, continua ad essere il più naturale degli eventi, insieme alla Nascita.

Continuo a sfregarmi i molari, il dentifricio mi ha invaso la bocca col suo sapore prepotente.


La domanda più comune, quella che sorge spontanea che rimane insoluta è: Perché?
alla tv tutti gli abitanti dei Paesi più sfortunati fanno da sfondo delle nostre giornate.
Muoiono in guerra, per fame, su una mina, a causa di un attacco terrorista, travolti da uno tsunami.
Anche lì ci sfiora quell'interrogativo, quel Perché? senza risposta.
Ma non fa baccano, non ci disturba più di tanto.
È la routine che tutti condividiamo, è il nostro sottofondo di giornata, quella morte.

Poi, un giorno che dovrebbe essere di festa, è la tua di routine, a essere stravolta.
Una famiglia concreta, che vive in una casa che hai visitato molte volte, hai visto crescere i figli, una famiglia che non guardi da uno schermo televisivo al tg delle 20.00.
Allora lì qualcosa non va più com'era nei tuoi piani e ti senti presa in giro.
Dalla beffa della Natura, che molti ribattezzano "Destino", perché magari, in questo modo fa meno paura.
Ed è solo silenzio di fronte al dolore che grida Perché, di fronte a un'adolescente che in un attimo ha vissuto tutte le età, si è ritrovata già grande, senza che nessuno facesse in tempo a spiegarle come si fanno a costruire i ricordi.


le setole dello spazzolino graffiano le gengive, seguono il ritmo dei pensieri che ora diventano incalzanti, e un po' di sangue si mischia al dentifricio, sputato dalla bocca.


E i rosari recitati in chiesa, accendendo ceri di speranza che si consuma più in fretta della stessa candela.
E i dottori, l'odore di un ospedale che un minuto prima sapeva di buono, ora è solo puzza di marcio.
E le telefonate a straziare quel po' di cuore che è rimasto vigile, in tutto questo dolore.

Ed è così che si muore.

Poi si può scegliere se prendersela con Dio.
Se lasciar perdere tutto e rinchiudersi in sè.
Se riavvolgere il nastro per bloccarlo alla sua ultima conversazione con te, a quando ti ha prestato quel coprispalle nero, ai suoi viaggi sempre rimandati.
Non poteva saperlo, l'ha colta all'improvviso, i medici hanno fatto il possibile.
No che non è un film, sono battute recitate anche nei copioni della gente comune, quella che festeggia l'arrivo del 2011 ma senza tutta quella gioia che si sarebbe augurata.
Quella gente che ha subito uno smacco alla propria routine.

Ultimo risciacquo, chiudo il getto del rubinetto. 
Rimane una macchia, ma non sui denti.








martedì 4 gennaio 2011

Lusso calma e voluttà.

Tutto nasce osservando Matisse.
Ha dipinto un quadro riempiendolo con pennellate che lo rendono quasi un mosaico di colori accesi.
Mi ha dato una spinta al polso, la visione di quest'opera. Ed ecco la voglia di scrivere, di abbandonare me stessa a una qualche voluttà artistica.

Era come schiava del proprio corpo.
Si lasciava scuotere da quelle vertigini interiori che le facevano perdere ogni equilibrio, trapezista impazzita di un circo folle.
Seguiva solo il ritmo del proprio respiro, perché una qualche musica doveva esserci, per forza, per ogni attimo.
E la sua non stonava mai.
Erano carne aggrovigliata, ossa a cercare l'incastro perfetto, occhi dispersi nel piacere.

Una coppia invidiabile. Giovani, sorridenti, innamorati.
Era solo lei, a inciampare, qualche volta, sui suoi stessi passi. Da sola.
Lui si limitava ad accettare le sue piccole stranezze, gli improvvisi cambi d'umore, i sorrisi camaleontici, che un respiro dopo non c'erano già più.
Perché c'era qualcosa di lei, qualcosa intrappolato ancora più in fondo di qualunque punto lui potesse raggiungere con le sole dita, qualcosa che si nutriva di tutti i silenzi che si depositavano in lei, strato dopo strato. E niente e nessuno, avrebbe scavato tanto a fondo da arrivare fino a tutta quella poltiglia.

Non mostrava nulla di particolare, all'aspetto.
Un viso senza segni particolari, un paio d'occhi sul quale più di un ragazzo le aveva rifilato degli apprezzamenti piuttosto banali, braccia, gambe, petto e dentro un cuore. Ammaccato, ricucito, ma intero.
Come ogni cuore, del resto.
Eppure la sua pelle racchiudeva segreti che solo sotto tutti quegli strati di nascondiglio potevano respirare.
Riaffioravano se sollecitati dalla curva disegnata dalla delicatezza di un dito altrui.
Si emozionavano, loro.
E lei non ci capiva più niente, così, all'improvviso.
Schiava del proprio corpo: aveva deciso di lasciarsi andare alla giostra di una carezza, senza pagarne il biglietto.

Era dolce, sì, su questo non ci sono dubbi.
Terribilmente dolce.
Romantica e ingenua, così la vedevano, gli altri.
Come la definisci altrimenti, una che la incanti con due versi di canzone?
Che ti basta davvero poco a far emozionare?
No, beh, non è che tutti ci riuscivano subito.
C'era chi aveva provato per un po' a scassinare quel lucchetto che lo separava da quegli occhi forse azzurri e forse no. Belli, quello sì.
C'era chi mollava la presa subito, che non gliene fregava poi tanto di quella ragazza, alla fine, normale. Una come tante, forse con una dose di zucchero in più.
C'era anche chi si credeva il principe salvifico, convinto che con un bacio l'avrebbe avuta per sempre.
Ce n'erano tanti, insomma.
Poi c'era stato lui.
Mille altri potevano passare, sfiorandole la schiena per solleticarle i brividi.
Ma lì, incastonato nel posto più difficile da scovare per cacciare via, c'era lui.
Lui con le sue passioni, con le sue musiche dannate, che le inondavano la testa fino a temere che scoppiasse, fino a farle lacrimale chicchi di sale, perché dentro di lei non ci poteva stare più niente, se non la loro poesia.
E c'era stato per un bel po', ad occuparle gli atomi e i pensieri.
A giocare a chi rubava più respiro all'altro, sempre così, sempre in silenzio.
Perché lo aveva sentito in qualche film, che l'amore romantico è quello inappagato.
Finchè il Tempo, il Signor Tempo, capace solo di correre con tutto il fiato verso un traguardo immaginario, se l'era portato via.
Via.
Insieme a tutte le note suonate e ascoltate insieme, alle parole, ai segreti.
Ma lei gli era sopravvissuta, lo aveva fatto riempiendo le pagine coi ricordi, con tutta la dolcezza che adesso non aveva più un destinatario, busta aperta senza lettera, canzoni che rieccheggiavano in stanze vuote.
Non riusciva a esorcizzare la sua presenza nell'assenza, e questo la terrorizzava.
E mille altri continuavano a passare, e mille brividi restavano imprigionati su quella pelle, senza attraversarla più.

Fino a quando.
Perché anche in questo genere di storie non troppo assurde, anzi, normali, quasi banali, c'è una svolta.
C'è un ritorno.
C'è un viso vecchio che sa di nuovo, che si appoggia al suo, al volto di lei, e lì in quell'incontro,ci ritrovano il mondo.
E non hanno paura di confessarselo, anche se i sentimenti sono sempre un po' così, quasi timidi, imbarazzati, come si trattasse di compiere eroiche gesta.

Lei lo sapeva, lui no.
La stava aiutando a togliere una corazza invisibile e inconsistente al tatto.
Apriva la campana di vetro sotto la quale lei aveva deciso di intrappolarsi per respirare ancora un po' di quel sapore di passato che le dava un surrogato di felicità.
Ma lui era così, era semplice e disinteressato.
E solo questo lo rendeva amabile.
La faceva rivivere, la rendeva schiava del proprio corpo, le regalava la felicità, quella che non ha bisogno di soffocare sotto strati di pelle, quella che si lascia scoprire in tutti i suoi brividi lungo la schiena.
Quella che riempie i polmoni di aria e sa gridare, che non deve trattenersi.
Che deve smettere di aggrapparsi a quel voler rendere tutto speciale, perché lo è già di per sè.

. Una storia come tante, condita con la parola Amore tra le righe
una storia egoista, che aveva bisogno di trovarsi uno spazietto anche piccolo, ma fuori da lei .


                                                      Henri Matisse: Lusso,calma e voluttà (1905)

sabato 6 novembre 2010

e poi?


Di getto, porta ordine in quel caos mentale che ti frulla in testa e sputa fuori quello che dentro non riesce a starci più.
Fallo di getto.
Un gesto improvviso, uno schiaffo ai tuoi pensieri.
Non cercare di capire da dove proviene quel forte impulso a scrivere, rispondi semplicemente a una domanda: E poi?
Non lasciare che sfugga l'attimo di pienezza che si è impossessato di te.
Forse si tratta del Daimon di cui parlavano i filosofi greci.
Sai soltanto che lo stimolo di quelle due paroline, quattro lettere accostate e separate da uno spazio, terminanti con un punto interrogativo, quello stimolo ti basta per frugarti dentro e ricostruire, fuori.
E io non potrei scrivere, senza la spinta di quell'«e poi?», che mi fornisce un binocolo per guardar lontano e un microscopio, col quale osservare da vicino.

Apro il mio compagno di viaggio, un quadernino azzurro che accoglie pazientemente i frutti di tutti i miei "e poi?".
Oggi un assaggio di casualità.



Corro in avanti alla stessa velocità con la quale starei immobile.

Tanto vale star fermi, penso.

Invece no.

Perché anche se non mi sposto fisicamente, in quella che dovrebbe essere una corsa, almeno i miei occhi si spingono oltre. Oltre il qui.

Almeno con gli occhi ci arrivo a sfiorarlo, il futuro.

Se resto qui no, non sfioro nulla, nemmeno con gli occhi, non vedo altro.

C'è la tua sagoma a oscurarmi la vista.

Per liberarmi da te, dovrò quindi cominciare dallo sguardo.

Non posso cancellarti con un battito di ciglia, chiuderei le palpebre per un attimo, ma ritroverei la stessa persona, passato quell'istante.

Il mio scopo è non notarti più.

Finire per confonderti col resto del paesaggio.

Perché c'è anche un mondo, attorno a te. Un mondo che è tutto racchiuso in te, per adesso.

Ho deciso, per i miei occhi ti trasformerai.

Forse sarai un albero.

Un salice.

Sì, un salice che si allunga verso il basso.

L'incarnazione naturale più melanconica che si possa manifestare.

Ecco la forma sotto la quale ti presenterai a me, quando sarò in

grado di correre in avanti col peso del corpo e del cuore.

E quel giorno sarò talmente entusiasta che vorrò superare tutto.

Non mi fermerò davanti alla gioia di essere tristi.

Perchè tale è la malinconia.

Sarai uno splendido salice piangente che non catturerà la mia attenzione.

Perché allora non ti riconoscerò, non sarà per indifferenza.

Non mi soffermerò ad osservare la dolce curva dei rami, a sfiorare il manto erboso.

Sarò concentrata a percepire i miei muscoli in moto dopo tanta staticità, il sudore che scivolerà dalla fronte e che appena si incaglierà tra le mie labbra scambierò per lacrime.

Sarà mondo e tu nel mondo.

Non più il mondo in te.

Perché se sapessi ora, intrappolata nella mia immobilità, che tu sei quel salice, riunirei le mie energie per un solo, perfetto slancio, capace di condurmi a te. E sotto le tue fronde restare, infinitamente, immobile.




Dedicato alle Muse che restano, e a quelle che, a volte, se ne vogliono andare.


sabato 17 luglio 2010

incipit


A metterli tutti in fila verrebbe fuori una collana di perle. O una scala.
Carichi di entusiasmo o di pathos, comunque vivi.
Sto parlando degli inizi, della loro semplicità invitante, virtuale patina bianca da decorare battendo tasti di un pc.
Ho un foglio di word zeppo di soli incipit.
Storie nel bozzolo, bachi da seta mai più coltivati, lasciati appassire in qualche cartella senza nome. Come si fa a concimare un racconto? Quale tipo di fertilizzante è necessario?
Scelgo l'immagine della scala, la collana di perle rimanda a qualcosa di prezioso, mentre il mio ammasso immaturo è un lavoro grezzo, in fieri.
E dunque, Scala. Formata da un solo gradino, sul quale salgo sapendo che non potrò raggiungere nessuna altezza.
Mi aspetto che il seguito si produca da sè.
Non mi sono mai piaciute le scale mobili, o gli ascensori, tutti quei mezzi comodi, per così dire. Raggiungere la meta con le proprie gambe lo trovo molto più.. personale.
Eppure non riesco a infondere la stessa voglia di personalizzazione in ciò che scrivo, mi limito ad allungare i miei arti inferiori al primo dei gradini che dovrei percorrere, aspettando chissà quale miracolo architettonico. Non si muove da sola, l'ho scelta io la non-scala-mobile. Resto sospesa tra qualche centimetro di terraferma e il nulla, se non mi smuovo da lì.
Bevendo un bicchiere d'acqua pieno di ghiacciolini colorati mi è stato suggerito di allenarmi, con ogni mezzo e in ogni momento. Magari andrò a ripescare qualche partenza abbandonata, nella cartella senza nome, e chissà, finalmente potrò riuscire a battezzarla con qualche titolo.
L'ultimo capitato sotto agli occhi è un eco dal passato, all'aspro sapore di un'arancia senza troppo succo. Ve ne lascio un morso.

Ho capito che genere di persona è: una di quelli che nelle foto non stanno mai in mezzo, sempre in disparte, e sorridono in modo forzato.

"smettila di maltrattarti,di vivere nell'attesa,di nutrirti della tua stessa sofferenza."

"non ci riesco."

"..."

"è difficile,ma tu non lo vuoi nè puoi capire"

"lo capisco benissimo,invece. Tu hai preso l'arancia non perchè il frutto ti piaccia, semplicemente per l'odore che ti resta sulle mani,una volta sbucciata.

Non hai mai saputo viverti il presente, ti sei sempre limitata ad aggrapparti a un o,peggio,a un . Ti senti sicura dietro alla paura, ben riparata nei tuoi castelli impossibili? Devi capire che è tutto una stupida bugia, che ti sei voluta costruire tu stessa.

Prendi quell'arancia e,per l'amor di Dio,gustatela."