La Rivista Culturale

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domenica 17 giugno 2018

Avventure.

Letteralmente "le cose che accadranno".
Tutto ciò che non è l'oggi e tanto meno lo ieri, bensì adventura, ciò che verrà. Non si specifica se in bene o in male, se con brividi dati dall'incertezza o singhiozzi nel cuore.
Nell'etimologia della parola non c'è niente di tutto questo, siamo noi uomini a voler identificare, nel termine, qualcosa che ci scompiglierà, che ci muterà nel profondo, che ci lascerà uno strascico nel futuro.
Inevitabilmente, la sfumatura di incertezza mista ad eccitazione è esattamente il significato che do io stessa a questo vocabolo che sta per concretizzarsi, con un futuro in via di realizzazione che non ha ancora le fattezze di un sentiero, ma piuttosto di una verdeggiante vallata aperta, sulla quale splende un sole di speranze.

Ho provato a fare una breve ricerca immagini su Google, per avere la conferma che sì, anche il più celebre motore di ricerca del mondo occidentale, la pensa come molti: l'avventura è spazi aperti, zaino in spalla, braccia spalancate mentre ci si lancia in boschi più o meno selvaggi.

Qui, direttamente dalla mia casa bianca e azzurra a qualche centinaio di metri dal mare, pregusto queste "cose che accadranno"; me le figuro, ci faccio qualche ricamo, le infarcisco di aspettative che, chissà. Un'estate insolita è quello che mi aspetta, un primo solco nella direzione di un nuovo futuro possibile, per verificare che il terreno sia effettivamente calpestabile e sullo stesso terreno un giorno poter costruire una casa, una nuova casa che non sarà più azzurra e bianca probabilmente, ma magari vicino a uno specchio d'acqua, beh, quello sì.

Chi si abitua a vivere vicino al mare, come può poi abituarsi all'assenza di tutto quel blu?

Ora che scrivo di lui, dell'onnipresente mare per chi vive su di un'isola come me, mi rendo conto che mi chiama a sé. Una passeggiata sulla riva, qualche sguardo al suo orizzonte. A scrutare là, dove il cielo e l'acqua fanno l'amore e i sogni degli uomini vengono cullati dalle onde, che prima o poi porteranno a riva nuove avventure....


giovedì 20 luglio 2017

Cinque (..e mezzo) consigli da sfogliare

Mi sto godendo alla grande le ferie e per me godersele significa, innanzitutto, leggere. Mi sento quindi in dovere di condividere con voi (e voi a vostra volta, se vi va) qualche consiglio di lettura. La mia libreria piange per il peso che è costretta a sopportare, per cui aspettatevi altre recensioni librarie da qui a breve. Intanto, segnatevi questi titoli... (e fatemi sapere se i sono piaciuti o se già li conoscete!)


Stoner di John Edward Williams: tanto avevo letto di questo libro, tanto vorrei scriverne ora, dopo averlo divorato. La piatta vita del protagonista, scandita da traguardi non particolarmente significativi, quasi faticando a provare le gioie e le grandi passioni che animano l'esistenza umana, ha una capacità magica di coinvolgere il lettore e appassionarlo come la bella narrativa americana sa fare. Il professore universitario William Stoner, nato a fine '800 da una famiglia di contadini, insegna presso l'università del Missouri fino alla sua morte. Nel corso dei suoi sessantacinque anni conosce solo successi di poco conto, sposando una donna che non lo amerà mai (o comunque lo farà male e a modo suo). Eppure, la prosa di questo romanzo, incanta. Nel momento in cui Stoner prende in mano la sua vita, decidendo la sorte di uno studente universitario, deviando quello che sembrava un destino già segnato, noi siamo lì, accanto a lui, a osservarne i gesti, misurarne le parole. Difficile da descrivere, lo ammetto. Ma proprio per questo, necessario da leggere.
Per: chiunque abbia voglia di innamorarsi di un libro. E per chi insegna, obbligatorio.


L'estate fredda di Gianrico Carofiglio: ammiro e stimo l'autore di questo bel romanzo, corposo ma anche scorrevole, come sa essere appunto l'ex pm che ha voluto regalarci una nuova avventura del maresciallo Pietro Fenoglio. Ambientato in un 1992 che appena marginalmente è interessato agli scandali di Tangentopoli, mette in scena le vicende di una mafia pugliese dai tratti rudi, arcaici, fatta di ritualità e impregnata di un simbolismo parossistico. I protagonisti si muovono in un mondo e con una terminologia che appartiene alla sfera della mafia, se ne indagano le caratteristiche, i legami, le azioni. Intelligenza, fortuna, ambiguità, portano Fenoglio e un suo collega a risolvere un'indagine apparentemente semplice, scavando nelle vite di criminali e non, anche attraverso il linguaggio ipnotico e burocratico dei verbali giudiziari. 
Per: chi apprezza una scrittura lucida e solida, con una trama avvincente e mai scontata.

Coraggio! di Gabriele Romagnoli: ho assistito alla presentazione di questo breve ma succoso libricino ed è stato amore a prima vista (anzi, a prima "sentita"). Il giornalista e scrittore Romagnoli si concentra su di un tema apparentemente astratto e labile: il coraggio. Portando al lettore una serie di esempi ben concreti di atti di vero e proprio coraggio, si arriva gradualmente alla comprensione piena di un valore di cui è possibile, anzi, probabile, avere un'esperienza diretta. Umanità, attualità, storia, si mescolano in un cammino che percorriamo insieme all'autore, indagando le sfumature e le caratteristiche che ci fanno additare come coraggiosi determinati individui. In Solo bagaglio a mano (altro libro dello stesso autore che consiglio appassionatamente) venivamo messi a nudo di fronte alle priorità, alle esigenze di una vita, e lo facevamo guardando a un oggetto simbolico come, appunto, il bagaglio a mano. Quanto puoi riempirlo per portare con te solo e tutto lo stretto necessario? Quanto puoi riempire la tua vita, con ciò che veramente conta? In Coraggio, la protagonista è ancora una volta la vita, e ci invita a guardare ad essa mettendone in luce le qualità che fanno di noi esseri umani.
Per: chi non crede agli eroi, chi ha sfiducia nel mondo; ma anche per chi sa valorizzare il piccolo gesto, o le grandi scelte compiute da persone comuni.

Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol: una storia (vera) di quanto possa essere straordinariamente normale la vita di un ragazzo down, raccontata dal fratello maggiore. Giacomo, giovanissimo scrittore, rapisce con una prosa leggera, vivace, senza pretese se non quelle di raccontarci la sua famiglia e, in particolare, la fortuna di avere un fratello come Giovanni: bambino enigmatico, con gli occhi da cinese e una voglia irrefrenabile di godere appieno le gioie della vita. Difficile penetrare in quel mondo apparentemente semplice, decifrarne il linguaggio, comprenderne le sfumature. Eppure Giacomo Mazzariol ci riesce e regala pagine di tenerezza, lucidità, consapevolezza e verità. 
Per: tutti, ad ogni età e latitudine. Per capire, imparare, e perché no, commuoversi.


Qualcosa di Chiara Gamberale: a prima vista un libro per bambini, con tanto di illustrazioni e caratteri di scrittura piuttosto grandi. Una sorta di delicatissima fiaba che ha come protagonista la figlia di Qualcuno di Importante e Una di Noi (rispettivamente re e regina): battezzata subito Qualcosa di Troppo, per la smania dimostrata fin dalla nascita nella sua fame di vita, ché nulla le bastava mai. Una ricerca della gioia in più, dell'amore in più, dell'esperienza in più. Fuggendo la noia, quando invece anche la noia riempie la vita, come le insegnerà il Cavalier Niente. In un'ambientazione surreale, in un'avvincente alchimia tra semplicità e filosofia, accompagniamo Qualcosa di Troppo nella sua avventura e ne veniamo ricompensati con una consapevolezza in più: imparare a rifuggire dalla costante necessità di riempire in modo ossessivo la vita per assaporare invece l'apparente vuoto di un cielo, ammirato distesi su di una collina erbosa. 
Per: tutte le età di chi ama viaggiare in un sogno a occhi aperti; la lettura multistrato appassionerà grandi e piccini, anche grazie alle illustrazioni di Tuono Pettinato.




martedì 6 settembre 2016

Buone cose

Il vento prima di un temporale.
Evento raro, qui sull'isola. 

Il vento che non si addomestica, che scompiglia e sparpaglia. Foglie, sabbia, bottiglie abbandonate sui cigli delle strade. Sentimenti.

I cipressi davanti casa ondeggiano, chiome dritte e ben radicate al suolo.
In un settembre dalle alte aspettative, dopo un'estate ricca, che sa di nuovo, ancora.


Ravvivare una casa, raggiungere un obiettivo. 
Estate di sorrisi distesi, alternata a denti stretti e sforzi per realizzare quei sogni tenuti in tasca, a pugni chiusi. 

Ho affrontato un esame, forse l'ultimo del mio iter, con accanto la mia famiglia. 
Ho festeggiato insieme a loro, amplificando la gioia di quella giornata indimenticabile. 
Ecco uno dei sogni che mi si è sfilato dalle dita, scappando via da quella tasca.

E non so se questo che soffia ora è il maestrale, 

non ho ancora imparato. 

So che il vento, qui auspica buone cose. 

Me lo sento, in questo mio presente pieno, scombussolato ma anche fermo.

Come quei cipressi che ho davanti casa.

domenica 20 gennaio 2013

Iridescenza

Com'è?
Com'è quella sensazione di elettricità benefica, che va ad accendere ogni luce nel proprio corpo?
Nessun corto circuito, perché le lampadine che brillano dentro resistono il tempo esatto per gustare quell'emozione, senza che bruci.

Felicità? Banale. Ma dicono si chiami così.
Scorci, squarci, scatti.
Di vita, di ricordi, di momenti.

Come la sera fatta di parole, di silenzi calibrati, di mani che si intrecciano con la tenerezza mai accantonata.
Come le poltrone di un cinema, a ospitare gli spettatori di storie create per divertire, inorridire, entusiasmare.
Come il sorriso che si schiude ma che poi non si chiude.
Come le confidenze, un po' per gli amici, un po' per l'Amore.
E i messaggi scritti che sono massaggi per il cuore.
Come l'infinito in una mamma, come l'instancabile costanza di un papà.
E la risata sciogli-neve di un nonno buono.

Brillano gli occhi perché dentro la luce è accesa.

E sono tutti quei "come" elencati a far risplendere di meravigliosa iridescenza.



martedì 26 luglio 2011

a pedalare si impara che...

"Knockin' on Heaven's door" suonava da lontano, in un concerto in playback esibito sopra un palco in piazza.
Il mio orecchio sinistro seguiva il ritmo della canzone, quello destro, invece, teneva un altro tempo.
I battiti di un cuore coperto da una felpa.
Perché la sera, tra le montagne, scende sempre un po' di freddo, giù dagli angoli delle stelle, assieme al buio.
Io me ne stavo lì, intrappolata in uno di quegli abbracci che solo due corpi innamorati sanno creare. 
Quegli incastri perfetti.
Il profumo di frittelle e di festa riempiva l'aria, mentre dal sacchetto stretto tra le dita, saliva silenzioso un odore di nuovo.
Le pagine di un libro ancora vergine d'occhi, un libro che non è un romanzo, ma un insieme di piccoli racconti, gli stessi che amo scrivere, perché nella loro brevità possono riuscire a racchiudere esattamente quella scheggia di sensazione che altrimenti si confonderebbe col resto del legno della mia corteccia.
Colpita già dal titolo. "Il contrario di uno", di Erri De Luca.
E quindi stavo lì, gambe stanche per i km divorati dai pedali di una giornata diversa, di quelle che programmi da mesi e che fino all'ultimo non puoi sapere come andrà.
Noi, quattro ragazzi nella loro estate, a godersi una breve vacanza, piccola come la tenda in cui abbiamo dormito, buona come le fresche brioches alla marmellata che ci davano il buongiorno, indimenticabile come quei paesaggi ammirati dall'interno, mentre li attraversavamo sfrecciando sulle nostre biciclette nelle discese che ci accompagnavano a Lienz.
Abbiamo percorso molte strade pedalando,e ho avuto l'occasione di riflettere un poco su quanto una semplice gita in mountain bike possa insegnare.
A pedalare si impara che tu hai il tuo sentiero, con le indicazioni e la via da seguire che si allunga davanti ai tuoi occhi, pedalata dopo pedalata. 
Ma non è l'unica. Puoi improvvisare, puoi sbagliarti e trovare un'altra strada, forse più lunga, forse meno semplice. Puoi perderti e puoi ritrovarti. 
Ma almeno la crei tu, una strada che sia la tua, non i segnali.
Si impara che arrivi al punto in cui hai una salita da affrontare e allora puoi decidere tu. 
Se stare in sella, scalare le marce e darti una spinta per farlo da sola. Per riuscirci con le tue forze e andarne fiera.
Oppure cedere alla fatica e trascinare su la tua vita assieme alla bici, dandoti per vinta. 
Per arrenderti alle tue debolezze, e alzare le spalle, pensando "vabbè, non importa". E andarne meno fiera.
Impari che hai bisogni di guardare sempre dritto se non vuoi perdere l'equilibrio facilmente, perché per voltarti indietro devi essere già brava, devi avere la certezza che non cadrai, se proprio vuoi concederti una sbirciatina alle tue spalle.
E cercare con gli occhi il paesaggio che ormai hai già superato, gli scorci di vissuto che ti sei seminata dietro. 
Il tuo passato.
A pedalare si impara che le gambe bruciano e la gola diventa secca, soprattutto se il sole c'è e ti picchia in testa, ma non puoi permetterti sempre di viziare il tuo corpo. 
Si impara anche a dire no, pedalando. Vivendo.
Impari a prestare attenzione a tutto quello che ti circonda, anche se si tratta di semplice natura.
E, infine, ti accorgi.
Perché non è vero che tutte le parti fondamentali della vita si imparano.
Alcune le scopri vivendole e basta.
E allora, in quei casi, succede che ti accorgi.
Che sei da sola a spingere su quei pedali, per proseguire.
Ma tutto cambia, se qualcuno compare al tuo fianco.
Anche solo per rincorrerti nelle discese, o incitarti nelle salite.
Sai che c'è, e non hai bisogno di scrutare l'orizzonte per verificarne la presenza. 
Ti è accanto, costantemente.
E km dopo km ti fa persino dimenticare di quel dolore alle gambe, perché l'unico valore è quel sentiero da percorrere.
Insieme.


mercoledì 23 marzo 2011

quel po' di immensità.

                                                                                Bach, Preludio per violoncello.

Riempio di parole il silenzio di una pagina vuota, che chiasso non lo farà mai.
Amo questo, dello scrivere.

Gridare, senza fare baccano.
Piangere, per la gioia o l'amarezza, senza lacrime a inumidire le guance.
Alleggerirmi, senza perdere peso.

Senza un'ispirazione a dirigere un polso inesperto, pattino sulla pista di una sinfonia di violoncello, lanciandomi in acrobazie troppo ardite, ma cariche di emozioni.
Che se poi sento questo bisogno di calcarle su un foglio, premendo sui tasti di un pc o facendo scivolare un po' di inchiostro blu da qualche bic, è solo per me.

"Scrivere è un modo per diventare se stessi."

Mi invade le orecchie la semplicità di questa affermazione.
Ed ecco, allora, il perché di tanto affanno.
Che salgo su un treno e prima di tuffarmi tra le pagine di "Soffocare", provo quell'impulso a mettermi su un pezzo di carta. Ma non ho un segnalibro a inchiodarmi i pensieri lì dove voglio che stiano.
Devo sbrigarmi, devo acciuffare le parole, quelle giuste, quelle per me.
Quelle che mi fanno diventare me stessa.
Non racconto, descrivo, invento, dialogo con la mia immaginazione, aspettandomi qualche risposta.
E poi, sto meglio.
E poi, sono pronta a leggere qualcun altro.
Che, per il momento è Palahniuk. E mi proietto in un mondo surreale, folle, crudo. 
Agli antipodi del mio.

Per tornarci, alla mia realtà, cerco una dose di immensità.
Oggi la trovo in un violoncello. 
Grazie, Bach.




lunedì 14 marzo 2011

"i walk the streets of love", come cantano i Rolling Stones.

Azzurre, quelle gocce di fiume d'anima che seguono lo scivolo di una guancia.
Lacrime.
Dopo il broncio dell'incomprensione, e le parole sconnesse, buttate qua e là, sprazzi di rabbia senza direzione.
Dopo i silenzi, il peso dei silenzi di chi ha bisogno di riflettere per capire da sé e condividere poi, le nuove parole.
E dopo le nuove parole, quelle pensate, disposte con un ordine che risponde alla sintassi del cuore, dopo tutto questo, ecco, finalmente, un nuovo strato di noi.
Quello per cui si è tenuto il broncio, ci si è persi nelle proprie momentanee solitudini per ritrovarsi poi, più belli, più veri. Piastrella posta su una strada sterrata, una via ancora da percorrere, sulla quale si è in cammino da un po', che già sembra tanto ma in un disegno che va fino al futuro appare un semplice inizio.
Camminiamo così, sorreggendoci anche quando sembriamo farci degli sgambetti, perché in realtà sono solo  modi nuovi per conoscere quel po' di più. 
Con le nostre gambe pronte a sorreggere tutti i nostri sogni, instancabili di guidarci su strade nuove, da una "via dell'Amore" ai ciottoli di qualche cittadina straniera, viaggiando con la mente sul sentiero di Santiago, perdendoci per qualche istante in una passeggiata che ci fa credere di essere in vacanza.
E parlavo di lacrime azzurre, con l'eye-liner che cola insieme alla felicità.
Perché quando è troppa, e dentro non ce ne sta più, si rischia di piangere.
Ma è il migliore dei rischi che sono pronta a correre, da qui, al traguardo del nostro percorso.

giovedì 3 marzo 2011

La persona più importante.


«Qual è la persona più importante per te?»
«Tu»
«Pensaci»
«Tu»
«Ti sembra. Poi capita che, che queste persone più importanti si susseguano, si accendano e si spengano come lampadine.
Una volta spegni tu, una volta si fulmina lei.
Poi ne arriva una e resta accesa.
Passano i giorni e resta sempre accesa, non si fulmina.
E quando riesci ad odiarla come odiavi tua madre quando eri piccolo, quando era tutto per te e si metteva il cappotto per uscire,quando vorresti ammazzarla, tradirla, fargliela pagare.
Ecco, quella lampadina accesa sarà la persona più importante».

-dal film "Lezioni di volo"-



mercoledì 22 dicembre 2010

"lo spettacolo d'arte varia, di uno innamorato di te."

È già ricordo, ancora fresco e soffice, neve appena posata a terra.
Fiocchi a sommarsi gli uni agli altri, uniformandosi in patina bianca, manto candido, distesa di purezza incontaminata.
Al suo disgelo, ecco una nuova buca sulla strada, il ghiaccio ha spaccato il cemento e lì lascia un solco.
Un suo ricordo.
Neve e Bellezza.
A che profondità scava, fin dove può arrivare dentro, la Bellezza?
Quella che si manifesta in un risveglio avvinghiato a un altro corpo, che a forza di reiterarla, non si esaurisce, non si stropiccia neppure un po'.

Appunto con tutta la calma che mi offre quella coperta calda e quel tempo che non scalpita per passare troppo veloce, appunto per bene la delicatezza di un dito che segna un immaginario percorso sul mio viso.
Sorriso di bambina con gli occhi appena chiusi, a cui viene regalato il bacio della buonanotte da una mamma premurosa.
Sorriso di piccola donna con gli occhi ancora chiusi, a cui il "Buongiorno" si presenta vestito d'amore.
Un amore da spogliare, piano piano, fino a scoprire in ogni suo strato, per poi rimboccargli la coperta al fine di proteggerlo. Dal freddo, dagli sbagli, da qualunque paura possa avere.

Tapparella abbassata al punto giusto, righe sottili di luce a dar forme a una stanza che non è la mia.
Notte, giorno, ancora notte e nuovo giorno. Ancora, e ancora.
Ripetere una quotidianità che irrompe nell'abitudine e sradica qualunque noia.
Sognare, farlo insieme e a occhi spalancati, crederci in quelle righe scritte su un foglio che hanno tutta la concretezza di un futuro che, vicino o lontano, si avvererà.
E avrà ancora più valore, perché sarà stato scelto. Da noi due.

Cerco delle parole, alle volte, per saper spiegare.
Quello che provo, quello che secondo me è importante, che farebbe piacere conoscere anche a chi mi sta a un soffio di vita, a chi ci è dentro, alla mia vita.
Non sono veloce a sfogliare il dizionario delle mie emozioni, non riesco a tenere il dito sul lemma che ho trovato e a pronunciarlo subito.. mi scappa il segno, si confondono le definizioni, taccio.
Ho imparato un trucco.
Niente ricerca ossessiva di quelle parole scivolose, vivo di quei silenzi che prendono il loro posto, silenzi ordinati, estesi, che non scappano. Che si lasciano vivere da due persone.
Lascio il microfono agli occhi, veri teatranti di certe situazioni.
Con un battito appena sono in grado di manifestare la più incontenibile delle gioie, racchiudono dei veri orgasmi, loro, che strepitano dello stesso piacere di quando invece è il resto del corpo, a fare l'amore.

E così, mentre tutto questo accade, inalandone il muto piacere, si scrive il diario della mia memoria.
Ed ecco il ricordo, meno fresco ma comunque soffice, neve che diventerà ghiaccio e si scioglierà in acqua purissima
Nuovo solco della medesima Bellezza, scavato insieme sulla mia strada, dentro di me.

sabato 11 dicembre 2010

Dea Musica, la Scintilla in un mondo di Plastica.


C'è uno spazio, tra le note. Non ha estensione, nè forma.
Eppure c'è.
Una sorta di buco nero, inghiotti-tutto.
Luce,aria,tempo.
Pensieri.
Non si percepisce ascoltando una canzone, che fila via liscia, nella sua esatta sequenza di voce-melodia-accordi-ritmo.
Eppure c'è.
E sapete una cosa? Quell'aspirapensieri nascosto tra i rivoli della musica, a un certo punto, rigetta tutto.
Ogni frangente che si era ingurgitato con avidità, ogni sussulto d'anima, ogni brivido lungo il corpo, me lo restituisce quella stessa musica, al nuovo ascolto.


La vita è costellata da Momenti. Ogni secondo che scocca lo è, ma lo è solo con la m minuscola.
Io sto parlando di Momenti.
Quelli che uno sceglie.
Quelli che è vertigine anche solo avvicinarsi col pensiero.
E farfalle nello stomaco, e sorrisi beati.
E dannata malinconia, delle volte.
Loro sono così, accadono, svaniscono, e si ripresentano per durare ancora, senza una scadenza.
Come le Nuvole di De Andrè.
Vanno..
vengono..
ritornano..
e magari si fermano tanti giorni,
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai




Ognuno usa i trucchi che ha, per marchiarli, quei Momenti.
Io li incido. Mi fingo scultrice.
Prendo un blocco di marmo - il sottofondo di una canzone

vergine, integro, senza che altre mani l'abbiano anche solo sfiorato prima - fino ad ora mai ascoltata con il cuore, solo con le orecchie, come fosse un rumore, nulla più

lo modello con le mie mani, con gli strumenti di cui dispongo - imprimo colori, sfumature, odori, parole, sguardi e silenzi, la tatuo con ciò che sto vivendo

ne ricavo una statua che eternamente mi ricorderà e mi riporterà con la mente alla fatica,alla gioia,alle sensazioni vissute mentre le davo forma - ecco la canzone che mi traghetterà su quella terra lontana, facendomi approdare esattamente a quel Momento.


A volte basta un violino, capace di accarezzarmi il viso con la stessa delicatezza di una mano che mi ama.
L'assolo di una chitarra le cui corde mi solleticano e magari, graffiano un po'.
L'intensità di un pianoforte che mi avvolge come una coperta calda, premurosa e morbida.
E poi la voce, che prima imprime le parole sulle note e poi, subito, nella mia pancia.

Io sono presuntuosa, mi aspetto che per tutti sia così. Così naturale.

Vorrei una colonna sonora della mia vita, semino note e ricavo ricordi.
E mi piace questa agricoltura musicale, ci metto tutta la passione che ho.
Ma mi sento così stupida, a volte. Così vanamente emotiva, infantile.
Una tossica che impazzisce se non assume la sua dose.
La considero davvero una specie di droga, che inietto in vena senza preoccuparmi, convinta non possa arrivare l'astinenza. Tenendomi ancorata a tutto l'amore che nutro per lei.
Da quando ho appreso la meraviglia della Musica, della sua ricchezza, del suo potenziale infinito, non posso più farne a meno. "Dea, dea musica, la mia cura e compagna fantastica." [cit. Piero Pelù]

martedì 6 luglio 2010

foglietti gialli.


Ma poi a uno gli scappano, le parole.
Le deve incollare subito al foglio, così, come scivolano sulla punta della lingua, quasi a volere essere pronunciate. Quasi.Capita anche che si passi la vita a comprare quaderni, di tutti i colori e grandezze, accumularli ma non saperli riempire mai.
Chi l'ha stabilito che il salto nel vuoto, dalla punta estrema di una lingua zeppa di lettere sparse in una casualità senza regole, una lingua afasica, incapace di pronunciare una fila ordinata che abbia un senso e non si riduca a pure astrazione, chi l'ha deciso che quel tragitto, quel salto nel vuoto, quel precipitare, perchè a parlare si cade, senza l'intervento di un paracadute di fortuna, si cade e ci s ipuò tagliare un labbro, scheggiare un dente, frantumare il cuore.
Chi l'ha stabilito che quel salto nel vuoto siano in grado di affrontarlo tutti?

Per ogni volta che impugnare una bic significava brandire una lama affilata, unica arma per affrontare il mondo. Senza il peso di un'armatura o l'ingombro di uno scudo.

Sezionare il mondo con mano chirurgica per poi ricucirlo in altre
forme.
Catturare una sensazione, imprimersela dentro, donandole il proprio corpo come dimora.
Raggiungere gli estremi dell'esistenza e viverli instancabilmente con le parole.
Inventare uscite di sicurezza dalla realtà, lasciandole chiuse, senza utilizzarle per davvero.
Vivere inspirando aria, trasformarla in suoni che scivolano attraverso una scia di inchiostro
Osservare quel mondo racchiuso in una sensazione, ora concentrata negli estremi di un foglio.

Per carprire l'essenza di ciò che è volatile ma perdura nel disordine di lettere sparse, tra una bocca che non dice e uno sguardo che non smette di parlare.
Per pesare la leggerezza che sono in grado di lasciarti dentro, due parole e un paio d'occhi.

lunedì 7 giugno 2010

"respirare nell'aria sale e maggese"


Ogni tanto mi volto indietro, per scoprire un paesaggio che altrimenti non entrerebbe mai, nei miei occhi di piccola turista.
Percorro questi sentieri con un sole caldo che mi batte sulle spalle, salgo qualche gradino di roccia e poi ridiscendo.
Respiro un profumo di estate in anticipo, profumo di passi stanchi ma desiderosi di proseguire.
Qualche foto per immortalare nella memoria immortale un panorama particolare.
Era molto tempo che non mi immergevo in queste profonde altitudini nella natura, e sto recuperando tutto questo tempo con la compagnia di un ragazzo e il necessario in uno zaino.
Il resto sono solo polmoni, gambe e occhi.
Tutto quello che serve per vivere una (mini)vacanza in piena libertà, senza obblighi, senza orari da rispettare. Senza il verbo "dovere".
Paesini arroccati a strapiombo sul mare, tripudi di colori sulle pareti delle case,incrociare giovani e anziani che salutano, chi in americano, chi in francese. Tutti accomunati da una gentilezza e una rilassatezza quasi estinte, nella quotidianità lombarda.
E poi, all'improvviso sorridere, un'ondata di salsedine, l'odore del mare che, complice il leggero venticello, arriva fino al naso.
Distesa azzurra senza fine apparente, a fondersi con l'orizzonte di un cielo limpido. Contrasta solo con la vividezza del verde delle montagne, merita un'altra fotografia tutta questa bellezza.
I sentieri ci portano alla meta, dietro l'altura si intravede la città di Monterosso, un lembo di sassolini la separa da quel po' di mare in cui mi tufferò, di lì a poco.

L'atmosfera che mi tiene sospesa in questo paesino ha qualcosa di magico, come fosse fuori dal tempo. Le viette strette, in salita, ad ogni angolo si legge un invito a provare i prodotti locali. Liguria prima sconosciuta, terra di mare e di montagne, vivo per due giorni con un sorriso che vorrebbe esprimere pura felicità, vivo le Cinque Terre e la gioia più grande è il poter condividere tutto questo.

Silenzi in cui la voce roca di Guccini trova un palcoscenico nella mia testa, per esibirsi...

"..Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri..

e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c'è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d' un rabbuiarsi e del tuo gioire..

..restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l' oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all' infinito.."


Barche che galleggiano a filo d'acqua, poesie che si scrivono nella mente, nuvole a sfumare il bagliore del cielo..
Non è solo "La via dell'Amore", andare alle Cinque Terre.. è compiere un breve tragitto attraverso la semplicità più appagante, sono minuti senza ore, ali di gabbiani a trasportare la leggerezza che quasi rischiavi di dimenticare.

mercoledì 19 maggio 2010

Madame, poche parole.

Una base musicale a dare un ritmo ai pensieri sconnessi.
Devo solo seguirla, stare al tempo con le note, per non far scappare qualche schizzo di queste inconsistenti creature del mio pezzo di anima che pulsa, che qualcuno chiama cuore.
Imparare a rallentare, nelle pause, quei vuoti di suono che fanno apprezzare ancora di più la ripresa, lenta, in crescendo, di una melodia.

Ma in fondo, è solo Vita.

Quella che ti si schianta addosso in un giorno di sole, a colpirti insieme ai raggi che finalmente scaldano e non si limitano al solo strato di pelle.
Che per qualcuno, in quello stesso giorno di sole, ha il sapore del sale, amare cascate da occhi appesantiti per una delusione.
Che è una voce e il suo tepore che anticipa l'estate.
Che.. "tra un po' nascerà il sole e nuova luce porterà, quello che già io so."

E intanto i piedi camminano, sempre avanti, a creare una strada sotto di loro.
Restano le impronte di un passaggio, tracciano i sentieri.
Monito per i viandanti smarriti.
Questo percorso l'ho disegnato io, spingendo un muscolo dopo l'altro, con la fatica di chi sa voltarsi indietro per controllare il punto da cui è partito.
Con l'attenzione al prossimo passo da appoggiare a terra.
Sono esploratore e guida al tempo stesso, covo in me la meta finale e cullo la memoria della mia nascita.
La suola consumata dalla familiarità del legno di una scala a chiocciola, dall'asfalto indifferente, dai fili di un prato che conserva lo stesso fango ma anche le stesse margherite.
Scricchiola il palco, l'attrice chiede di far calare il sipario in anticipo, per questo spettacolo. Gustatevi i titoli di coda, gustatevi la poesia di Dave Matthews.

giovedì 13 maggio 2010

a Bittersweet Lullaby




". Mi servi tu, un Brivido, il Ghiaccio nel Campari soda .
Respiro e scrivo . . . Tutto quello che mi manca è un'assurda specie di preghiera, che sembra quasi amore . . . Splendi Sole, da far male . . ."


una goccia di melanconia che si diluisce in suono, dolce veleno per le orecchie.
Anestetizzo il pensiero e resto immobile nel tempo.