La Rivista Culturale

giovedì 1 ottobre 2015

Le nuvole, qui, sono più veloci.

alba dalla finestra, 1

Maestrale, grecale, libeccio, scirocco..
Sono tanti, ancora più di quelli che ho elencato, i nomi dei venti che soffiano in Sardegna.
E li sto imparando, piano piano, a riconoscere.
In questi giorni era stata diramata l'allerta meteo, nubifragi violenti si sono abbattuti sulle coste e nell'entroterra. Adesso basta, pare si voglia prendere una lunga pausa dalla rabbia, il nostro cielo.
I cipressi, a pochi metri da me, che sto al riparo nella mia nuova casetta, si muovono a destra e sinistra, oscillano, sembra stiano in piedi solo per miracolo e che basti un soffio (ancora) più forte per tirarli giù.
 Mentre dietro le nuvole si tingono di sfumature di tramonto, e io mi ci perdo in quei colori.
Questo cielo è incredibile, ve lo giuro.
Non ho mai perso tanto tempo col naso puntato all'insù, verso l'azzurro che quando è senza nuvole, è veramente di un azzurro esplosivo. Intenso. Vero.

Spesso invece il cielo è trafficato, e lo ingombrano cirri, cumulonembi, altocumuli e chiazze di ogni forma e dimensione. La pioggia la portano raramente, su questa terra arida per lo più.
Ma viaggiano veloci, hanno fretta di occupare tutti i centimetri di immenso, e non sostano molto sopra i tetti delle case, sopra il mare piatto, sopra le dolci colline che qui, molti, chiamano montagne.
Noi che veniamo dal nord, dal "continente", dobbiamo addomesticarci a tanta novità. Non solo atmosferica, chiaramente. Ma intanto, ogni giorno, mi lascio incantare da un'alba che non è mai la stessa, l'alba che mi sorride con sorprese sempre diverse, oltre il vetro grande della cucina.

Adesso i colori si fanno più sgargianti. Il verde brilla, specialmente dopo aver ricevuto tanta acqua da un cielo particolarmente avaro nel regalare pioggia, e il mare diventa blu e poi turchese, per assumere finalmente il mio colore preferito, un argento quasi opaco che la mia iride non conosceva.
Il mare che ha il colore di quando si dorme e si fanno bei sogni.

Intanto, qui fuori, è sceso il buio, ma intravedo ancora i cipressi che danzano. Tra qualche istante il vetro si oscurerà del tutto, e potrò percepirli solo attraverso il loro potente fruscio..

Imparerò a distinguere i venti, a chiamare le nuvole col loro nome e a seguirle nei loro lunghi viaggi, carovane solitarie che hanno fretta di andare.

Io, in tutto questo turbinio di novità, ho solo tanta voglia di restare.


alba dalla finestra, 2

lunedì 20 luglio 2015

Gratitudine

L'ultima volta, mesi fa, ho scritto di dispense e di pienezza.
Faceva piuttosto fresco, se non ricordo male, in quei giorni di marzo.
Adesso invece è caldo che soffoca e fa lamentare e arricchisce troppi servizi di telegiornale.
E non posso più scrivere di dispense perché, ora come ora, ci manca.
Parlo al plurale, parlo per due.
Raddoppio i verbi, le sensazioni, i sogni. Lo scontrino della spesa, le soddisfazioni a fine giornata.
Sembro il prof D'Avenia in "Cose che nessuno sa". Ma è così, è esattamente così la vita di coppia.
E pensare che l'ho solo assaggiata, un appetitoso antipasto.
Mentre a breve mi aspetta il pranzo completo, con tutti i condimenti necessari.
Ma, come dicevo, manca ancora la dispensa.
E le tende.
E il minipimer per frullare il minestrone, anche se oramai, a pezzi, non è poi neanche tanto male.
E manco io, in quella casa. In quella NOSTRA casa.
Io che per ora sto qui a salutare gli amici di una vita o di qualche anno. A godermi la Brianza nei suoi pregi e i suoi difetti, che mi appaiono più smorzati ora che sto per darle un arrivederci.
Mi godo una vacanza diversa, senza il mare ma con tanto affetto.
Dopo i mesi sui libri e al pc, a creare progettazioni (che però prima si chiamavano UDA), a sostenere esami (perché non sono bastati 5 anni di università), a conoscere nuove persone (che mi hanno fatto capire che no, effettivamente non sono bastati quei 5 anni, perché dovevo vivere questi 5 mesi di Bicocca per scoprire colleghi che hanno lasciato un'impronta - forse l'alone di una bottiglia di birra appoggiata sul tavolino -, dentro di me).
Incrociare il mio cammino con professori che ti fanno dire "Ehy, ma questo è veramente il lavoro più bello del mondo, guarda come ti fa diventare!".
Mi sono imbattuta in una differenza etimologica. Gratitudine e Riconoscenza.
"Servigio per servigio è riconoscenza. Sentimento per sentimento è gratitudine."
Io, oggi, dopo quello che ho vissuto, non posso che sentirmi grata.
Se il mio futuro è per due, ora, immersa nel mio presente, senza girare la testa posso ancora scorgere il recente passato e dire grazie.
Ai compagni di un'avventura che si è da poco conclusa, tra brindisi, consulenze telefoniche, rassicurazioni, chiacchiere e promesse di rivederci ancora.
A certi docenti che ci hanno rischiarato la via, con la loro competenza (ma anche conoscenza e abilità...), con il loro sorriso rincuorante.
All'amicissima, quella che scopri e che non vuoi che la distanza ti porti via (ma sai già che non sarà così, come testimoniano le decine di note audio che, quotidianamente, rallegrano whatsapp).
Agli amici che una volta erano "del mio ragazzo", e che ora sono proprio anche miei. E sono grata (a qualcuno, al Caso, alla Vita...) per aver stretto loro la mano, 5 anni fa, e per sapere di poter ocntare su un loro abbraccio in qualunque momento, oggi.
All'amica che mi ha scelta come "maid of honor", e che sa che può sempre contare su di me.
Alla nipotina acquisita più fescia e più strepitosa che si possa desiderare, e che spero si ricordi della zia Giudi anche se c'è un mare di mezzo, come imparerà presto alla scuola che sta per cominciare.
A quegli adolescenti incontrati in un oratorio, più di dieci anni fa, che ancora oggi hanno voglia di mischiare la loro vita con la mia, anche solo per una colazione o una granita dopocena.
Agli amici che partono, tornano ma in ogni caso restano, sempre, nel cuore.
Alla prof che non è mai stata solo una prof, anche ai tempi del Marie Curie, ma ha dentro quel di più che la fa essere proprio speciale.
Alla IV e alla V BTC del mio tirocinio, per avermi accolta e per avermi fatto sentire ancora quasi una di loro, nonostante fossi seduta dall'altra parte della cattedra.
Alla mia tutor, che non si è mai limitata semplicemente a rivestire il suo ruolo.
Ai compagni di tutte le scuole che ho frequentato nella mia vita, quelli che posso chiamare amici nel vero senso del termine, perché la radice di questa parola contiene la stessa del verbo "amare".
Alla mia famiglia, che sono la mia incredibile mater, il mio pater filosofo e la mia nonnina che si è pure aggiudicata il premio come "Grandma of the month". E anche al mio nonnino, a cui va sempre un mio pensiero, per le cose belle che mi accadono e vorrei aver condiviso con lui. Perché era una di quelle persone a cui non potevi augurare che ogni felicità.
Al mio amore, che non ha bisogno di "perché", ma che è la mia costante, anche da lontano.

E grazie a te che hai letto questo post, e che mi auguro sarai arrivato fin qui con un archetto all'insù disegnato sulle labbra.





lunedì 23 marzo 2015

Una dispensa molto piena

Apparecchio sempre la sera prima, per la colazione.
Un'abitudine che ho ereditato dai miei genitori.
Svegliarsi, e trovare la tazza al suo posto, sopra al piattino e accanto al cucchiaio. Davanti, biscotti e brioches. Cereali, a volte. Il bicchiere per il succo che basta togliere dal frigorifero.
Questo implica chiaramente che la tavola venga imbandita con un certo anticipo, e mi ritrovo quindi spesso a concludere la mia giornata con tazze e dolciumi tra le mani, per sistemarli sulle tovagliette di legno blu.
Solo stasera, però, ho sentito un'empatia nuova. Mentre allungavo la mano nel terzo ripiano della dispensa, dritta verso i plum cake ripieni di crema al latte (un tocca sana per il risveglio!), ho lasciato che i miei occhi rotolassero lungo tutta la mensola. Ci ho trovato i Galletti, le fette biscottate, un vasetto di marmellata ancora sigillato e delle patatine.
Ora, ci ho provato tante volte a cominciare la giornata con il salato, ma a meno che non mi fosse imposto causa vacanza estera, non ce l'ho mai fatta a infilare in bocca cibi che non contenessero una sufficiente quantità di zucchero e affini. E quelle "Amica chips" infil(tr)ate in quel tripudio di glucosio stonavano un bel po'.
Ho scosso la testa, preso il sacchetto, e sistemato un ripiano più sotto, dove è giusto che stesse. Assieme a dadi, cracker e gallette di riso.
Ma poi mi sono bloccata, un attimo prima di chiudere l'antina.
Quante volte mi è capitato di sentirmi così, fuori posto come quel sacchetto di patatine?
Non molte, in realtà. Diciamo che tendenzialmente sono una che "dove la metti, sta". Mi sono sempre considerata una molto alla mano, senza troppi problemi se circondata da estranei o in un contesto nuovo. Al che ho scansato quel pensiero dalla testa perché si stava già facendo strada un altro tipo di immagine, o meglio, stavo osservando da un diverso punto di vista quel sacchettino di salato in mezzo ai dolci. Guardando meglio, mi sono resa conto che c'erano altre confezioni fuori posto, alimenti appoggiati velocemente e senza troppa attenzione (mea culpa, lo ammetto) dopo la spesa del lunedì.
Lì sì che mi ci sono ritrovata.
In quella colorata confusione, in quel mix di gusti diversi.
Così è la mia vita di oggi, di qualche mese fa a qualche mese che verrà. Mensole piene, solo un po' disordinate. Confezioni ancora chiuse che offrono tanto, ma quello che contengono è da preparare. Da cucinare. A volte solo da aprire e mangiare. Dipende. E ogni ora della mia giornata è esattamente così.
Le ora a scuola, dove si torna per imparare ancora, poco importa da che parte della cattedra ci si sieda. Un risotto difficile da preparare, ma da sfoggiare come piatto forte nelle migliori cene.
L'ora del treno con il viaggio in compagnia. La dolcezza di una torta fatta in casa.
Le ore di lezione all'università, che inondi il quaderno di appunti che poi "cucinerai" per assaporare meglio, ma anche i momenti in cui l'attenzione crolla e hai solo bisogno di scartare una barretta (la tua "merenda") e darle un morso, per provare quel pizzico di gioia che il cibo ti dà.
Le ore in si viaggia con la mente oltre il mare per essere lì con lui, almeno coi pensieri, le ore "pasta scotta", che si cucinano troppo i sogni e alla fine si deve masticare il doppio per mandarle giù.
Le ore "tisana", in cui tutto svanisce assieme alla voce che scalda il cuore, la lontananza viene lenita da una telefonata lunga, lunghissima, come i sorsi di qualcuno che è lontano ma è proprio quel qualcuno insieme a cui vuoi cucinare il tuo piatto migliore. Una voce, la sua voce, che è come una spezia che dà grinta ai piatti, altrimenti insapori. Un ingrediente che non si può vedere, ma che fa la differenza.
Questa è la mia vita, per un pezzo, quello di oggi.
Ma anche la mia dispensa è così.
E questa sera mi sento molto in empatia, con le sue mensole in allegro disordine.


sabato 10 gennaio 2015

Ingredienti genuini.

Mancano sette minuti e poi il biiip biiip del forno mi riporterà alla realtà.
Approfitto del tempo rimanente per la cottura della torta e mi infilo tra le pagine virtuali di questo blog che ancora non ha ricevuto il "benvenuto" nel 2015.
E la spinta a riaprirlo mi viene proprio dalla torta che sta indurendosi, a 170°, dietro di me.
Penso che ci ho messo poco più di un attimo, a prepararla. Mi è bastato aggiungere tre uova, la giusta dose di burro e via. La busta dell'impasto era bell'e pronta nella sua scatolina marcata Cameo.
Avendola già provata so che alla fine verrà buona, certo, quel "non so che" di vagamente chimico non glielo levi mica, ma fa comunque piacere mangiarla.
E così penso a quante cose, ogni giorno, sono facili come la preparazione di questa torta.
Cose in cui non devi metterti a dosare farina, lievito, zucchero... in cui ti basta allungare la mano verso lo scaffale della corsia "dolci" di un qualunque supermarket e in venti minuti di forno puoi gustarti il tuo dessert.
Vanno di moda, queste cose "facili". Poco tempo, buon risultato. Dai Quattro salti in padella alle amicizie di circostanza. Dalle storie che si reggono sulle due gambe che si chiamano "abitudine" e "stanchezza", alle scelte da prendere, che più semplici sono, meno sbattimenti conseguono.
Facili come i commenti spaventosamente ignoranti sulle stragi di Parigi.
Facili come le notizie comunicate da telegiornali che paiono più strumenti di propaganda anti islamica, notizie farcite con glasse già pronte, servite per quelle bocche ingorde solo di dolci di scarsa qualità, purché servano a riempire la pancia.
Io, tante di queste cose facili, le trovo nauseanti.
E delle volte mi capita di rendermi conto di cedere al pensiero "più facile", "più veloce", di convenzione. Altre volte combatto per rendermi costruttiva, voglio avere il sapore, magari meno zuccherino, di un dolce artigianale, alle cui spalle stanno ore di preparazione, difficoltà a reperire gli ingredienti, passione nell'impasto. Sì, una cosa simile a quello che vuole trasmettere la pubblicità della Mulino Bianco di Banderas. Senza allusioni "alla Crozza", ovviamente.
Comunque, fatto sta che il biiip c'è stato da un pezzo e io ho sforato i miei sette minuti.
La Gamberale, nel suo Per dieci minuti (libro leggero "apri-mente", a mio parere), invita a guardare il mondo da una diversa prospettiva, facendo, per dieci minuti al giorno, qualcosa di diverso, di inconsueto, di "non-da-noi". E banalmente dico che, cavoli, a farlo per davvero, quante cose che ognuno di noi scoprirebbe di più di sé e del mondo.
A me sono bastati meno di dieci minuti per rivedere una persona, oggi.
In quei meno-di-dieci-minuti di chiacchiere veloci, incontrate per caso in una corsia del supermercato (non quella dei dolci, però), abbiamo deciso che ci saremmo riviste, e le due ore a ricostruire i nostri ultimi (quasi)dieci anni di oggi sono volate.
E così penso che questa è stata una cosa semplice, sì, ma una cosa fatta di ingredienti genuini. Perché poteva finire lì, in quei due metri quadri di "ciao, ti trovo bene", tra i surgelati e il latte. Invece abbiamo voluto dedicare del tempo all'altra. E questa è una piccolissima meraviglia del quotidiano, che può essere vista con le lenti miopi del "si vabbè, e allora?" o con un fantastico microscopio, che fa apprezzare ogni singolo dettaglio.
Vado a togliere il Cuorcremoso dalla tortiera, spero si raffreddi per tempo.
Fatevi tutti un regalo, per questo 2015. Provate a stupirvi. Voi stessi, non gli altri. Non siate dei semplici "versa e inforna".
Non pretendete di diventare dolci di alta pasticceria, ma sceglietevi gli ingredienti meno "già pronti per l'uso", dedicatevi del tempo per dosare le giuste quantità di zucchero, farina, e lievito, quelle su misura per voi, non già confezionate da altri.



sabato 8 novembre 2014

Una patente per essere mamma e papà (o mamma&mamma/papà&papà)

Entro al supermercato, è sabato pomeriggio. Una lista della spesa breve, in due corsie  dovrei esaurire gli acquisti. Mentre percorro il primo corridoio sento alle mie spalle: "Ma vai a cag...!Che scuse sono...Muoviti cretina!" al che mi volto, incuriosita da quell'exploit di finezza.
Ma rimango decisamente basita dalla scena. A pronunciare questo scempio (perché mi rifiuto di chiamarla "frase") è un signorotto grasso, dai lineamenti piuttosto grezzi, che si è rivolto alla figlia la cui età presumo oscillasse tra i 9 e gli 11 anni.
Quando ho realizzato il contesto non ho nemmeno deciso di tirargli un'occhiataccia torva, perché era una reazione naturale a quel quadretto aberrante. Lui non mi ha notata, continuando a riempire il carrello spinto dalla piccola mentre lui faceva il brillante simpatizzando con i commessi. 
Per tutto il resto della spesa ho notato che le uniche parole pronunciate alla figlia sono state "Muoviti","Stai lì","Prendi".
La bambina lo seguiva in silenzio, con una mano a toccarsi le labbra come per stringerle fra le dita. Come se avesse paura di parlare ancora. 
Alla cassa il signorotto cambia totalmente espressione e modi, fa passare avanti a lui una tizia ma continua a ignorare la sua bambina. 
Ora, forse mi lascio trasportare troppo da queste circostanze. Ma veramente, non se ne può più. Genitori che pensano di avere dei baby adulti appresso, che li riempiono di comandi manco fossero telecomandati e usano parole e parolacce senza collegare lingua a cervello.
E quale risultato può esserci, se non dei bambini dis-educati? Sì perché non sono maleducati, questi piccoletti. Non hanno proprio ricevuto un'educazione, né buona né cattiva.
Vengono su come si potrebbe allevare una mucca destinata al macello. 
Nutriti (a volte decisamente ingozzati, vedi i bambini obesi che crescono a Nutella&patatine, almeno stanno buoni mentre guardano la tv....), sgridati (a caso, il più delle volte) e trascurati. 
Bambini che, come tutti i bambini hanno mille domande che frullano per la testa, a cui però non viene spiegato il perché delle cose. 
Bambini che non hanno conosciuto la dedizione e la pazienza, ingredienti basilari per una crescita sana, a mio parere. Che non hanno condiviso i giochi con i loro genitori, troppo impegnati a pensare ai fatti loro e non ai figli loro.
Genitore etimologicamente significa "colui che dà la vita". Basta questo per diventare mamma? Nove mesi di pancione e poi un bel "chissenefrega"? 
Questo argomento mi spaventa e non poco. Sempre più spesso sento di famiglie problematiche, ignoranti. Che si aspettano una volta mandati a scuola i figli, questi tornino a casa corredati di buone maniere e voti stratosferici. Che se invece poi mancano, son due ceffoni e una punizione assicurata.
E allora veramente, che istituissero un esame obbligatorio per chi ha intenzione di metter su 'a famgghia. 
Chessò, un test  per misurare il grado di dignità con cui queste persone vivono, se possiedono la consapevolezza di essere uomini e donne adulti e non animali che seguono solo istinti ferini.
Mariti e mogli che alternano fasi di litigi furiosi a periodi in cui si ignorano nel modo più assoluto, sostando per un breve tratto nell'area di sosta del "volemose bene". 
Quando tra i due, per caso o per amore(?!) spunta un bambino e gli atteggiamenti non cambiano, ecco, il danno ormai è fatto. 
E allora il bambino si metterà a gridare più forte dei due pazzi che hanno il volume della voce a centomila decibel incuranti di quello che il piccolo può assimilare, degli strascichi che gli restano addosso. 
Poi giocherà da solo, senza riuscire a raggiungere le classiche tappe dello sviluppo infantile, perché la loro mamma è impegnata a sguazzare nei suoi vuoti esistenziali mentre il padre ha la scusante del lavoro. 
Poi capirà che amare significa scambiarsi dei baci e delle parole sentite solo raramente, quando vedrà i suoi eroi (anche i peggiori genitori del mondo restano tali, davanti agli occhi ingenui di un bambino) in un breve attimo di pacifica convivenza.


Con il boom di coppie omosessuali registrato negli ultimi anni si sono aperti dibattiti accesi sulla possibilità o meno di rendere genitori i protagonisti di queste unioni. Ho letto pure un divertente libricino su "perché ho due mamme". Non voglio essere generalista ma considerata la passione con cui lottano per ottenere il diritto di accudire, crescere e amare un bambino, credo che molti di loro supererebbero quel famoso esame per ottenere la patente genitoriale, al contrario di alcuni (non tutti, ma alcuni sì ed è contro questi a cui rivolgo la mia invettiva) che, invece, la famiglia la vogliono tirar su giusto perché devono, mentre è lampante che non hanno nessuna voglia di badare alle loro creature.
A volte gli effetti non sono catastrofici, è vero. Ma non possono certo prendersela con gli insegnanti se i loro figlioli tornano con un diario che ha segnate più note che compiti.
Non possono mancare la comunicazione, il rispetto, la condivisione, e, fondamentale, la pazienza. Certo, anche le sgridate fanno bene. Ma devono sempre essere motivate, così che il bambino capisca che la mamma/papà non è un pazzo insensato.Tutti questi ingredienti sono indispensabili come la farina per fare il pane. Ci puoi mettere l'acqua, il lievito, olio e sale ma di sicuro il risultato sarà un gran pasticcio senza forma e con un cattivo sapore.
Questa considerazione un po' arrabbiata nasce dal fatto che un giorno, spero, avrò a che fare con genitori che verranno a colloquio ed esigeranno spiegazioni sulla bocciatura del loro povero piccolo incompreso. Credo che a quel punto li sottoporrò all'esame della patente genitoriale.
E credo anche che boccerò pure loro.

sabato 15 febbraio 2014

Bullshit about recycled bullshit and on and on.

Per chi sapesse l'inglese, il titolo è chiaro. Molto chiaro.
Traduco per gli amici poco anglofoni: "stronzate su altre stronzate (riciclate) e così via..."
L'ho ripescata tra i miei appunti di un esame universitario, linguistica dei media. Durante quella lezione era venuto a parlarci un esperto di blog, e la citazione (di un tizio, tale Wine se non ricordo male), si riferiva ai contenuti autoreferenziali e vuoti che spopolano nei blog - tutti i blog - del mondo.
Non mi metterò di certo a fare un'apologetica sui contenuti di questi immensi barattoli di materia virtuale, mi limito solo a recuperare la frase per ricontestualizzarla.
Date un microfono a un uomo - qualunque uomo - e vi sorprenderà (forse, addirittura, convincerà?).
Il motto di oggi, di oggi come ieri in realtà, perché ognuno crede sempre di essere nel momento decisivo per la storia, quello che "chissà cosa scriveranno nei libri di scuola tra anni, su questo fatto...", il motto, dicevo, è propinare bullshit.
In ogni modo, luogo, lingua. Tutti devono essere raggiunti dalle bullshit (invariato, non aggiunge s al plurale), per essere persuasi dalla loro forza vuota e dirompente.
No, non sto parlando dei soliti "politici-blablabla". Certo, loro sono degli illustri esempi di quanto una frase possa essere condita, infarcita, insaporita, speziata, cotta e stracotta, e noi elettori, pronti a mandarla giù, assieme alla cena e alla colazione del giorno dopo.
Ma provate, per un attimo, a ripensare alla giornata appena conclusa: quante volte vi è venuta voglia di zittire l'interlocutore, in preda a un attacco di bullshite acuta? Quanti sono i discorsi per cui valga davvero la pena di sprecare tempo (e parole)? Non voglio passare per una di quelle esaltate della "censura del pensiero poco profondo", ma, per l'amor del cielo, (altro intercalare vuoto, giusto per restare in tema), vogliamo veramente tirare innanz (da buoni lombardi!) e ripetere all'infinito lo straziante assioma di "piove, governo ladro"?
Perché alla fine, riconduciamo tutto a due sole grandi, fondamentali categorie discorsive: lo schifo del tempo e della classe dirigente.
Sì, sto generalizzando, e ciò mi urtica, non credete. Ma una svegliata ci vuole, una (ri)presa di consapevolezza di ciò che siamo e delle capacità di cui disponiamo.Che ognuno si faccia delle idee proprie, signori (immaginatevelo in Renzi style) mettiamoci davvero in gioco, smettiamola di belare in gruppo contro o pro il tale fatto o il tale tizio.
Nel teatro del giorno qualunque, ognuno crede di avere un microfono tra le mani (io per prima, usando questo blog come mio palcoscenico). E dunque stupiamo chi ci è accanto, sorprendiamo prima di tutto noi stessi, mandiamo pure Jaki Elkan a quel paese quando (ri)dà a noi giovani l'appellativo di "choosy", ma, per favore, dimostriamo di avere un cervello che sia in grado di produrre altro, oltre allo status di facebook in cui ci lamentiamo di come va il mondo. 

(sì, avevo bisogno di sfogarmi.
E sì, probabilmente potete darmi della egocentrica spara-bullshit, ma almeno questo pezzo di prezzemolo incastrato tra i denti me lo sono tolta. - la metafora del sassolino nella scarpa è un tantino inflazionata, concedetemi questa immagine meno delicata ma altrettanto efficace.)

venerdì 15 novembre 2013

Tutti dicono " i love (you) "

i love... chocolate.
i love... shopping.
i love... that film!

...oh yes, i also love you.

Insomma, cari i miei inglesi (e francesi, con tutti quegli "j'aime" a sproposito), sembra che, almeno sulla lingua, siamo noi italiani a darvi qualche lezione.
Nell'enorme entropia italica, le cui basi vennero date quel paio di migliaia di anni addietro dai nostri avi romani, ci sono un mucchio di schifezze. Lo sappiamo tutti, ognuno di noi è costantemente amareggiato, deluso, disorientato, e perché no, pure incazzato a causa di disagi di ogni tipo che sembrano trovare l'humus perfetto qui nello Stivale e non altrove... ebbene, concittadini, vi do una buona notizia: abbiamo ancora un patrimonio meraviglioso.
Aspettate, non mi sto riferendo a tutte quelle bellocce pompate da silicone e riflettori tv (anche perché per la maggior parte di loro si tratta di importazione...).
E nemmeno a "pasta&pizza", perché sembra dilagare la fazione "pro sushi" e la pizza si è ridotta alle occasioni in cui la si può sbafare "illimitata e a prezzo stracciato".

Mi riferisco a quello che più di ogni altro ci rende "Italians".

Il genio di Dante (alias "l'incubo di 150 generazioni studentesche" - cit Nonciclopedia), la gobba (volevo dire, la penna) di Leopardi, il celebre "risciacquo dei panni nell'Arno" del buon Manzoni ("Bella lavanderina" ante litteram)... per arrivare ai Faletti megalomani  ("Io uccido", "Io sono Dio"... senza però dimenticare una delle più celebri battute d'esordio del suo Vito Catozzo  "Che se io saprei che mio figlio mi diventerebbe un orecchione, porco il mondo che c'ho sotto i piedi, vivo ce lo faccio mangiare il certificato di nascita.") e alle varie associazioni a delinquere (i lettori) di Volo-Baricco...
Tutti questi signorotti (mi scuso per aver tralasciato le signore e signorine) che hanno avuto la briga e l'ingegno (o la fortuna, vedesi gli ultimi nomi citati...) di finire pubblicati su un libro... cos'hanno in comune tra loro e con voi, miei cari lettori?


Beh, è molto semplice. Sanno distinguere TI AMO da MI PIACE.

Poco fa mi sono imbattuta in un sito di traduzione dal francese e il pulsantino blu che abitualmente è adibito al "like" facebookiano aveva impresso un marchio 100%francese: j'aime.
Ora, tra "amo lo stato del mio amico X che dichiara al mondo di aver cucinato gnocchi al ragù" e il "ti amo" che pronuncio al mio ragazzo dopo che mi ha cucinato lui un piatto di gnocchi al ragù, credo ce ne passi...
E lo stesso vale per quei gasatoni degli anglofoni!

"Have you ever seen the movie Percey Jackson?"
"oh yeeeeeeaahh... I LOVE IT!"
(messo apposta un esempio così strampalato, per rendere maggiormente l'idea che c'è al mondo qualche essere umano in grado di formulare questa proposizione esageratamente entusiastica.)

Insomma, cari italiani e care italiane, di una cosa possiamo e dobbiamo essere fieri: la nostra lingua!

La capacità di discernere le diverse gradazioni di un sentimento(o oggetto) credo sia direttamente proporzionale al grado di conoscenza di un popolo di quel sentimento (o oggetto).
Qualche esempio:
Negli stati del nord ci sono popolazioni che hanno più di venti termini per definire ciò che noi, comunemente, chiamiamo neve.
Al contrario, nella giungla africana, uno dei popoli che lì vi risiede, non ha un termine per esprimere il concetto di verde, perché per loro è un dato di fatto in cui sono costantemente immersi.

Oggi, in un mondo di difficoltà e prevaricazioni, abbiamo ancora qualche libertà: una di queste è usare al meglio la nostra lingua. Valorizziamola, cerchiamo di essere curiosi, non ripetitivi... altrimenti finiremo con l'ennesima sottomissione nei confronti di chi, per altri aspetti, è già un paio di culture più progredito di noi.

(per ciò, non dimenticatevi mai di dire "ti amo" a chi può apprezzarlo...)