La Rivista Culturale

mercoledì 17 aprile 2019

il giorno dopo.

E so molto bene che non ci sarai.

Così inizia una poesia dedicata a un amante che non c'è più.
Ma nel mio caso, a non esserci più saranno i giorni con te, adorato Thorin.
Un compagno di avventure che ha arricchito le vite di molti, con la sua perenne e incontenibile gioia, il suo manto tricolor che lo rendeva ancora più dolce agli occhi di chiunque.

Sette anni e 9 giorni di vita.
La tua piccola eternità che hai riempito, più o meno inconsapevolmente, di feste, attenzioni, emozioni. Per noi umani, che abbiamo avuto la fortuna di starti accanto.
Un musino dolcissimo, completamente pazzi di te già dal primo incontro.

Dai tuoi primissimi passi al parco, che fatica convincerti a spostarti nell'erba di un'estate lontana, quando più che un fedele amico sembravi un peluche scappato da un negozio di giocattoli.
Yahoo alla nascita, Thorin Scudo di Quercia a casa con noi.
Un nome importante, imponente. Come sembravi ad alcuni, mentre per i più restavi sempre un incontenibile giocherellone.
La prima passeggiata al guinzaglio è stata una conquista, tu che trotterellavi felice, incantandoci con i polpastrelli rosa delle zampe e uno sguardo che non avresti cambiato mai.

Poi subito in montagna, a saltare tra le rocce, a esplorare sentieri e guadare ruscelli. Un pastore bernese che trascorre la sua prima vacanza in Corsica, traghettando "coraggiosamente" (...ecco, questo è sempre stato un tuo punto debole... non eri decisamente un Braveheart) verso un'isola per scoprire quanto odiassi il mare.

Con lo scatto sotto l'ombrellone avevamo vinto un soggiorno tra i monti, che ci siamo goduti insieme a te e due paia di ciaspole.
Quanto amavi la neve... ti ci saresti rotolato sempre, immerso con tutto il tuo pelo!



Quanti pezzi di mondo, scoperti insieme a te.










Ne abbiamo passate tante, cucciolone. Non sei mai stato "solo un cane", come in fondo non lo è nessun animale domestico, agli occhi del proprio padrone. Hai incantato tutti quelli che incontravi, chi ti accarezzava per strada era incredulo di fronte alla tua vera età.
"Sembra così giovane!" ripetevano tutti. Quanti complimenti che hai ricevuto, quante mani pronte a coccolarti. Tu ti lasciavi fare, distratto soltanto se ti passava accanto un altro pelosone, con cui dovevi per forza giocare.

Spero tu abbia percepito il nostro immenso amore.
Ora sei lì, che continui a guardarmi dallo schermo in standby del mio telefono, con quell'espressione dolce e tontolona al tempo stesso.

Spero tu abbia vissuto al meglio. Anche se eravamo lontani dalle tue montagne, le passeggiate non te le abbiamo mai fatte mancare, fino all'ultimo hai macinato tutti i chilometri che hai potuto.

Ti abbiamo sempre un po' viziato, ma mai come in questo ultimo periodo, quando purtroppo non potevi apprezzare appieno tutti gli extra che ti stavamo regalando.


Il rumore della stufa riempie un silenzio a cui non sono abituata.  E tu non sei più lì davanti, sdraiato sul tuo telo a dormicchiare.

Gli angoli si sono svuotati di tutto ciò che era tuo. Fa male non trovare più le ciotole al solito posto. Il guinzaglio messo via. Non dover più spostare i cuscini del divano per impedirti di salire, mentre noi siamo al lavoro.

Non voglio cadere troppo nella malinconia, sto lottando contro un'onda di ricordi che però mi sommergerà comunque.
Mancherai alle dita, che non si perderanno più nel tuo folto pelo, immerse in carezze che potevano durare anche per sempre, fosse stato per te. Mancherai alle orecchie, nostalgia dei tuoi movimenti all'interno di casa. Mancherai agli occhi, che si divertivano a seguirti mentre ti rotolavi nell'erba del giardino ma poi al primo rumore proveniente dalla cucina, scattavi in piedi e ti ritrovavamo a creare aloni di vapore col tuo bellissimo naso sul vetro della portafinestra. A farci sorridere e convincerci ad aprirti per tornare a coccolarti, ancora.

Mancherai ai risvegli, il tuo stiracchiarti insieme a noi, con la coda sempre ritta e attiva, a darci il buongiorno. Con le nostre abitudini che non saranno più nostre, del dopocena insieme a vedere la tv, tu incastrato magistralmente tra il divano e il tavolino a prenderti tutte le coccole che potevi. A chiedercene altre, con la zampa.
Tu che ti infilavi con il muso sotto alla spalla, mentre stavo seduta al tavolo a scrivere al pc. Tu che potresti ricomparire qui, giusto per un attimo, a chiedermi tutte le attenzioni che spero di averti dato finché mi è stato concesso.

Un pezzo di noi. Sei stato un pezzo di noi e lo sarai per sempre.

Abbiamo condiviso tanto, tutto quello che ci è stato possibile. Ma non è mai abbastanza. Ne vorrei ancora di momenti con te, ma tutto qui attorno mi grida addosso che è impossibile e io sono straziata.

...questa è la vita e la vita cambia
A volte può spogliare e lasciare solo la rabbia.
L'amore è come un fiore nel deserto
io cammino, io lo cerco

ma se mi guardo intorno adesso vedo solo sabbia
io vedo soltanto sabbia
il sole lo odio, brucia l'ustione che ho nel cuore
e non so dove ma me ne vado
vago senza direzione
c'è una parte di me che muore
ad ogni passo fin che non collasso
e cado vicino a un fiore.


Non c'è consolazione, c'è il vuoto. Un vuoto pieno di ricordi che fanno un male di cui ora non riesco a farne a meno. Ti regalerei un parco pieno di neve fresca su cui rotolarti, se potessi.
Non riesco, non sono capace, di dirti addio.




Allora arrivederci, amore nostro.


domenica 24 marzo 2019

Hic manebimus optime _ ovvero la mia gita con le terze medie

Sì lo so, non si dice gita, ma viaggio di istruzione. Pensate un po' che a me è scappato addirittura fuori il termine "vacanza", mentre lasciavamo l'hotel che ci ha ospitati per i nostri tre giorni trentini..
Io ero un mix di ansia, adrenalina, aspettative, dubbi, le ore prima della partenza.
Mi figuravo scenari catastrofici, situazioni assurde in cui saremmo incappati e che mi avrebbero fatto pentire di aver organizzato questa spedizione sul continente... e invece.

Invece non avrei potuto chiedere di meglio.

La Nave Puglia, al Vittoriale
Sono tornata adolescente pure io in certi momenti, come quando prima di cena ce ne siamo stati lì, io e alcuni alunni a chiacchierare e ridere (con veri e propri attacchi di ridarola) nel corridoio soffice di moquette dell'albergo, o qualche ora dopo, mentre camminavamo verso un lago (che per altro causa buio e problematiche con Google Maps non abbiamo mai trovato) e le mie fanciulle hanno rievocato alcune scene del pomeriggio roveretano (una parola su tutte: "Giulyyyy!!" - loro capiranno- ).

cromoProf + alunna @Muse
Ma poi ci sono state anche le confidenze inaspettate, le parole al chiaro di luna per tranquillizzare e quelle alla luce al neon per riappacificare, gli abbracci spontanei, i sorrisi al risveglio muniti di profonde occhiaie di felicità, le infinite scale e i "prof quando si mangia??!", i panini smezzati con loro, le fotografie, le loro battute brillanti... Ho rivissuto una gita di terza media che un po' la mia memoria aveva cancellato ma sono sicura non fosse stata così appagante.
Campana della Pace, Rovereto
Ho cercato di far sì che si godessero appieno ogni scorcio visto, ogni attimo, che fosse di relax, di scoperta o di svago. Li ho osservati mentre ridevano felici, mentre cantavano le loro canzoni che per forza di cose diventano un po' anche mie, li ho scrutati con gli occhi chiusi e dolcissimi, accovacciati sul sedile di un pullman che correva su chilometri di spensieratezza.
Sentire le loro espressioni di stupore mentre con l'indice indicavano le cime innevate delle Dolomiti, o catturavano l'azzurro intenso di un lago che non si aspettavano così bello... Piccolissime gioie di purezza che vorrei conservassero nel cuore.


anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera
Un'esperienza piena, densa, adrenalinica che è andata a consolidare un rapporto che già sapevamo intenso, ma che ora ha quel di più.
E mentre ero al MUSE, un meraviglioso museo di scienze naturali che consiglio a chiunque, due alunni mi trascinano per un corridoio a suon di "prof venga un po' a vedere chi c'è al piano di sotto! Una nostra conoscenza... venga, venga!" e se la ridono sotto i baffi perché avevano riconosciuto il manichino di Chaplin (tempo fa feci vedere loro un pezzo di "Modern Times"...ed ora eccoli lì a regalarmi un feedback inaspettato, indicando quell'attore buffo).
MUSE di Trento
Oppure il giorno prima, mentre le gambe percorrevano la trincea di Matassone, mi si avvicina un altro alunno e, nel bel mezzo della spiegazione sulla vita di trincea della guida che tanto si vantava di spiegare la "parte umana della storia, perché a scuola si imparano solo le date!", questo alunno mi sussurra: "Beh prof, questa guida parla, parla... ma sono tutte cose che ci ha già spiegato lei!".

Cose banali, apparentemente, ma che sono il regalo più grande per una prof.

Le mie parole saltellano avanti e indietro in questi giorni, a caccia di quei momenti che rimarranno scolpiti per sempre nel giardino dei ricordi più belli. Non in un cassetto di ricordi, perché quelli bisogna aprirli, si rischia di buttarci dentro di tutto e di più e accumulare senza più sapere cosa si è riposto sul fondo.

panorama dal Vittoriale 
 No, io li conservo in un grande prato, magari vista lago, come il panorama che si stagliava davanti a noi dall'anfiteatro del Vittoriale. Una foto su tutte, quei capelli  rosso acceso da sirena che esprimono la personalità di quella alunna dolcissima, ma che a volte si dimentica di esserlo.

"Dai restiamo ancora un altro giorno!" mi implorano dai sedili del bus, mentre il sole tramonta e l'aeroporto si fa più vicino. E pensare che erano partiti quasi col muso, perché loro al contrario di altre scuole, sarebbero rimasti in Italia... 


Già li ho ringraziati, per aver dimostrato di essere ragazzi in gamba, di potermi fidare di loro, anche se ci sono stati momenti di confronto costruttivo, di qualche "no" che serve a farli crescere, anche se crea in loro un dispiacere momentaneo...
Ora che siamo tornati, dopo aver recuperato decine di ore di sonno arretrato, si torna alla normalità. Con il tempo che corre veloce, con i mesi che sembrano scorrere tra le nostre dita come granelli di sabbia. Oltre al celebre "Memento Audere Semper" dannunziano, c'è un'altra frase che il Vate aveva inscritto, nella sua dimora del Vittoriale: "Hic manebimus optime". Qui staremo benissimo.
E così è stato, in questi giorni tra Trentino e Lombardia.
E così sarà, con voi nel mio cuore, dove voi starete sempre benissimo.
NOI.


















giovedì 7 marzo 2019

"Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso."

La stufa ha emesso il suo "bip", che mi avvisa del fatto che basta, è ora di andare a dormire, il fuoco è ormai spento.
Io però non lo so.
Non lo so se ho sonno, se ho voglia di sdraiarmi e chiudere gli occhi.
Perché mi turbinano in testa pensieri, parole, emozioni, che sto provando a buttare fuori saltellando con le dita su questa tastiera.
Sono stati giorni pesanti, giorni in cui l'umore è stato sottoterra, riaffiorava appena grazie a una frase buffa pronunciata da un alunno, grazie a un'attenzione in più di chi mi è accanto e ha imparato come me a non lesinare un abbraccio quando ci si può stringere, una carezza quando la si può posare sulla guancia.

Nella vita, in questi primi 29 anni e un po', ho incontrato davvero un sacco di persone, mi sono imbattuta in storie altrui che si sono mescolate con la mia.
Sento una naturale propensione nel relazionarmi con gli altri, nell'instaurare un rapporto che in certi casi si trasforma in bella amicizia, anche se a distanza. Perché il mare di mezzo c'è, presumibilmente ancora per poco, ma c'è stato in questi 4 anni di vita da isolana.
Messaggi audio scambiati per raccontarsi come si sta, quello che di bello e di meno piacevole accade.

Poi però arriva una telefonata, totalmente inaspettata, e per fortuna che avevo un divano su cui sedermi quando ricevo quella notizia.
Incredulità, amarezza, rabbia, dolore.  Ma come si può misurare un sentimento?  Ne ho provati tanti, mescolati, in pochi istanti. Per tutto il giorno, la notte, il giorno seguente, un tarlo, un chiodo fisso.
Un'empatia profonda con chi è rimasto qui, ma la sua persona se ne è andata.

Perché noi siamo rimasti a portare a termine, o comunque avanti di un pezzetto, quello che stiamo costruendo, a volte senza renderci nemmeno conto dell'enorme occasione che abbiamo, quotidianamente, mentre qualcuno, all'improvviso, non c'è più.
E quando lo vieni a sapere ti schianti a terra, inevitabilmente riaffiorano i ricordi di momenti condivisi, forse non molti ma non è questo che importa. Agganci con la memoria quello che ti compare nella mente, che, ti rendi conto, è tutto ciò che ti resterà per sempre di quella persona.

E il giorno dopo, sei in classe, in piedi davanti ai tuoi alunni a spiegare quanto la vita sia precaria, effimera.

Si sta
come d'autunno
sugli alberi
le foglie

Sentite gli enjambement? Spezzano il ritmo.
E intanto è la mia voce a incrinarsi, ancora un po'.
Pensi e ripensi.
Ungaretti tuona, un terremoto mi pervade. Primavera ormai esplosa fuori dalle finestre, ma un autunno triste dentro di me, che penso a lei. Che penso a lui che sarà qui per tutto il tempo che resta. Senza lei. Senza il loro "noi".

Assistere alla sofferenza da lontano, impotenti. Ma forse no, un po' di potere me lo dà, questa orribile situazione.

Mi dà la consapevolezza del valore dell'ogni.
Ogni gesto.
Ogni sguardo.
Ogni occasione.
Ogni carezza che non devo trattenere per il mio cagnolone che è sempre più affaticato e nella passeggiata serale mi fa rimpiangere tutte le volte in cui mi trainava con i suoi quasi 40 kg.
Non me le voglio perdere le attenzioni, finché posso dedicargliele. Non si merita che io sprechi il tempo che posso concedergli finché gli sarà dato modo di godere del mio amore.

Un invito, forse banale, sicuramente sconclusionato perché stasera va così, dopo mesi di silenzio dato che le parole le ho riversate tutte sulle persone con cui potevo interagire dal vivo, dimenticandomi di questo posto di cui ogni tanto ho bisogno.
L'invito a dare peso alle normalissime meraviglie della vita, un peso apparente, dato che porta leggerezza a noi stessi.
Percepire le situazioni che si presentano a noi, nella quotidianità, o che facciamo accadere, vivendole come se fosse l'unica occasione per affrontarle.
Non un "carpe diem" generico e superficiale, ma l'augurio di un'intima consapevolezza di quanto un lasso di tempo così breve come una vita, possa sprigionare bene. Perché alla fine, è quello che conta davvero.

Il bene che dai è tuo per la vita, ciò che tieni è perduto per sempre.

Sulle note di una malinconica, disperatamente perfetta, pesante e capace di alleggerire l'anima di chi ha perso qualcuno, con le sue note dolcissime, Everglow.
Forse ora andrò a letto.
Comincia a fare freddo, qui. O forse sono i brividi di queste note che si inchiodano dentro la pelle.




domenica 16 settembre 2018

Un anno in più.

Mi sono svegliata presto, stamattina, pronta ad accogliere un'alba timida, nascosta dietro le nuvole.
I colori sul mare erano comunque sfavillanti, con le sfumature e le cromie che spaziavano dall'ocra all'arancione acceso. La passeggiata con Thorin, sempre felice di annusare il mondo, soprattutto in un'ora così fresca. Talmente fresca che appena abbiamo messo piede (e zampa) in casa, il cielo ha iniziato a sgocciolare, mentre sorridevo della fortuna di essere tornati appena in tempo.
Al rientro qualche risposta a messaggi e telefonate, molti "grazie" sorridenti, che recuperavano con la tecnologia i chilometri di distanza che non mi permettono di guardare negli occhi di quelle persone (amici, parenti, amore) e dimostrare la mia gratitudine.
Tra una lavatrice e un po' di pulizie (perché anche nel giorno del proprio compleanno, specialmente con un bovaro che gira in casa, i mobili sono da spolverare e il pavimento da aspirare!), una (ennesima) risistemata all'armadio, scegliendo vestiti da donare alla raccolta indumenti perché oramai han fatto la loro storia, una ciambella da infornare, la mattinata è volata via.
Con lo scodinzolio del mio compagno di quotidianità ho terminato di leggere un romanzo piuttosto lungo, crudo e tosto, ma che mi ha coinvolta parecchio (grazie ancora per il consiglio,Arina!), ovvero "Il selvaggio" di Arriaga,
Altri messaggi, altre telefonate.
Varie mail mi avvisano che per il giorno del mio compleanno c'è un'imperdibile offerta che mi aspetta nel tal negozio. Ma credo me la perderò, senza alcun dispiacere, impegnata come sono a prepararmi la borsa per il primo giorno di scuola. O meglio, per il primo giorno di terza.
Domani si comincia, e lo farò nel più zuccherato dei modi, con un vassoio di dolcetti e un sacchetto pieno di altrettante leccornie, da condividere con colleghi vecchi e nuovi e gli alunni, loro sempre gli stessi. Iniziamo a tracciare il primo segno del cerchio che si chiude, miei pargoli. Iniziamo a finire insieme. Ma iniziamo anche addentando una sfogliatina, così l'incipit sarà più goloso!
Si fa sera, un altro giro con il pelosone, con il sole meno potente e una prima sensazione di essere entrati sul serio,
nella seconda metà di settembre.
Intanto quella ciambella, che nel frattempo ho sfornato, attende un paio di cari ospiti, così da chiudere in compagnia quella che è stata una giornata trascorsa all'insegna di (quasi) tutto ciò che amo.
Insomma, buon compleanno a me, che rileggo uno degli auguri più belli ricevuti, che recita così:

"che tu possa rispondere agli appelli del destino con tutta la vitalità di cui sei capace. Come hai sempre fatto. E che riesca a far imparare ai tuoi bambini anche quelle cose che non si possono insegnare"
Anche se non è scritto in uno dei tuoi biglietti/lettera, come sei solito fare, è un augurio che conserverò nel cuore. Grazie papà.

mercoledì 5 settembre 2018

Libri che liberano: parte 1. (consigli di lettura provati sui miei occhi)


L'estate persiste, qui nel sud Sardegna, con un sole che scalda corpi e cuori. Sono tornata da poco dopo un lungo periodo trascorso "in continente", in una zona unica della nostra bella penisola: il nord del lago di Garda. Qui, tra pedalate e ottime mangiate (di polenta soprattutto!), mi sono dedicata a una delle mie grandi passioni: divorare libri.
Ora, in realtà questo termine non mi piace molto quando si parla di pagine da sfogliare, perché "divorare" rimanda a una ingordigia senza gusto, un accanimento nei confronti di un cibo (o un libro!) che si consuma a grandi morsi, senza apprezzarne i dettagli. 
Per mia fortuna, sono riuscita a godermi ogni sfumatura delle storie che raccontavano, mi sono affezionata a certi personaggi, non sopportandone altri, ho vissuto in sconfinate praterie americane per poi immergermi nei vicoli caotici di una Napoli che spaventa.

Come ho fatto anche al termine delle scorse vacanze, ecco quindi una piccola rassegna di consigli letterari... Per oggi, vi allieterò con 3 brevissime recensioni. 

TRILOGIA DELLA PIANURA di Kent Haruf:
 il cofanetto che funge da colonna portante al resto dei libri, lo trovate nella foto lì a sinistra in bella vista, coi suoi tre gioiellini dalle copertine color pastello. "Benedizione", "Canto della pianura" e "Crepuscolo" sono i volumi di una trilogia che incanta il lettore, trasportandolo in un'ambientazione che, giuro, vi sembrerà una seconda casa. 
Sospesi nel tempo, immersi in storie semplici ma dense allo stesso tempo che si intrecciano con una maestria rara, i cui personaggi fanno trapelare una concretezza disarmante.
Lo stile asciutto e preciso di Haruf, la sua ricerca ossessiva del termine perfetto per ogni situazione, consacra questa trilogia al primo posto tra le letture estive. Imperdibile poi anche il suo delicatissimo "Le nostre anime di notte", da cui è stato tratto un bel film (disponibile su Netflix) in cui due anziani Robert Radford e Jane Fonda (ri)scoprono l'affetto in tarda età. Scritto così suona banale, ma giuro che mentre lo vedrete/leggerete, vi sentirete avvolti da una dolcezza lieve.

LA PARANZA DEI BAMBINI di Roberto Saviano: 
un libro crudo, aspro, un limone da succhiare che mette i brividi. Saviano racconta la sua Napoli dal punto di vista più acerbo ma vecchio allo stesso tempo: la paranza. Gruppo mafioso di adolescenti senza alcuno scrupolo se non quello di arricchirsi e vivere l'oggi perché il domani è incerto e probabilmente non durerà. Dialoghi in dialetto che rendono ancor meglio lo scenario di povertà intellettuale che dilaga in una città in cui caos sembra la parola d'ordine. Storie ispirate a eventi accaduti, sparatorie dai tetti di balconi per esercitarsi a "diventare uomini". Un libro in cui "faticare" non significa letteralmente "provare fatica", "lavorare", ma "andarsi a prendere i soldi", "farseli". Entrare in una tabaccheria con il volto coperto e la voce camuffata per esigere l'incasso di una giornata di lavoro per poi festeggiare con droga e fiumi di champagne. Giovani ingordi di un successo personale labile, misurato in marche di vestiti, capaci di farsi la guerra per uno sguardo di troppo lanciato alla fidanzata di uno del gruppo. 
Un libro che fa paura ma che non può essere ignorato.

PER QUESTO MI CHIAMO GIOVANNI di Luigi Garlando: 
Come si fa a spiegare la mafia a un bambino? Semplice: si racconta una storia. Questo è quello che fa un padre siciliano con suo figlio che di nome ha proprio Giovanni, in onore del magistrato italiano simbolo della lotta a uno dei mali più insiti nella nostra nazione. Sfogliando le pagine di questo libro si ripercorrono le tappe della vita di Falcone, scoprendo dettagli privati, aneddoti, ma scontrandosi anche con le difficoltà enormi che ha dovuto affrontare, prima tra tutte la solitudine estrema.
Pensato anche per lettori giovani, si propone come un ottimo testo, scorrevole e avvincente, per indagare i tentacoli della terribile "Piovra" che ha distrutto tante vite umane. Un testo che proporrò ai miei alunni, ora che stanno per affrontare la terza media e che quindi sono sempre più addentro alle molteplici complicazioni del mondo.

P.S.: Nella foto manca Mattatoio N.5, di Kurt Vonnegut, uno dei libri contro la guerra più assurdi, strampalati e veri che siano mai stati scritti.

giovedì 23 agosto 2018

Addio ai monti, o meglio, arrivederci.





L’orizzonte interrotto dai pendii che iniziano nel lago e finiscono nel cielo.

Un posto in cui non sorge né tramonta mai il sole, perché qui è la punta estrema del lago, e le montagne incorniciano le sue rive limpide e vive di estate senza permettere di vedere i primissimi raggi e gli ultimi bagliori.

A luglio le immancabili piogge pomeridiane rinfrescavano giusto un po’ l’aria, mentre i primi giorni di agosto hanno conosciuto un’afa insolita, per il clima mite e mediterraneo di questo luogo incantato.

Un’estate leggera, quella che ho vissuto. Anche se mi, ci fanno compagnia pensieri sul futuro, decisioni da prendere, sfide da affrontare, questi due mesi sono passati lievi dentro di me e spero di essere riuscita a coglierne appieno l’essenza.

Tempo per pensare, per divorare parole su carta, riempire qualche foglio word con storie di nuvole. 
Giorni fatti di gambe che camminano e pedalano, conoscono vie nuove, si perdono tra gli infiniti verdi vigneti. 
Laghi azzurri intensi riempiono i miei occhi, condivisi con amici oltre che con l'immancabile amore. 

Polente di ogni sorta, piatti di montagna capaci di rimettere in sesto chiunque dopo una dura scarpinata, pareti da scalare (chi più, chi meno...), giochi in scatola e mazzi di carte da mescolare, sole da prendere, sdraiati sull'erba o sui sassolini, per poi rifugiarsi di corsa sotto ampie fronde degli alberi, non appena inizia a piovere.

Tante esperienze, molti luoghi che porterò con me. 

I fuochi d'artificio ammirati dal Forte di Nago, dopo mezz'ora di giri in macchina alla ricerca di un parcheggio che non c'è, sul lago, e allora salire, per ammirarli da una visuale a cui non avevamo pensato ma che appaga la vista. 
Il cantante dal meraviglioso repertorio che ogni sera allieta i passanti e il pubblico più affezionato a pochi metri dal lago, a Riva del Garda, lui, la sua chitarra, la voce dolce e Hey Jude che si libra nell'aria, facendo dondolare i corpi al ritmo di incanto.

Ascoltare la natura, cucinare una torta sfidando il caldo al quale aggiungo quello del forno, immergermi nell'atmosfera di pace emanata dall'imponente Maria Dolens, la Campana dei Caduti che svetta su Rovereto.

Percorrere letteralmente cinquantadue gallerie per 900 mt di dislivello sul Pasubio, rivivendo luoghi insoliti della Prima Guerra Mondiale.
Salire al castello di Arco, ammirare la Busa dall'alto, allungare lo sguardo ovunque esso voglia distendersi. 
Esplorare le viuzze di pietra di un antico borgo insignito del titolo "più bello d'Italia" e lì rivivere una serata in perfetto stile medievale.
Avventurarmi su sentieri che da sola non percorrerei mai, ma che con accanto lui diventano belle avventure e fatiche che lasciano un gran bel sorriso, oltre a qualche goccia di sudore e male alle gambe.
Scoprire un eremo lungo il fiume e non stancarsi di perdersi dentro a vicoletti e piccoli musei.

Insomma, gustare quel po’ di ozio concessomi dopo un lungo anno scolastico.

Tutto quello che serve per ricaricare le pile e ricominciare. Un nuovo anno che chiuderà il cerchio. Stringere più forte le mani di quei non più bambini che stanno per tagliare il traguardo e lì, lasciare quelle mani per salutarli.

Intanto, valigie e cartoni mi circondano. Un altro viaggio, quello del ritorno, mi attende. Prima, però, un pit-stop dove battono pezzi di cuore, una sosta rigeneratrice nella Brianza degli affetti. 
Dove forse di natura ce n'è poca, sicuramente meno che qui. 
Ma i motivi per sorridere e gustarsi la vita di certo non mancano.

domenica 17 giugno 2018

Avventure.

Letteralmente "le cose che accadranno".
Tutto ciò che non è l'oggi e tanto meno lo ieri, bensì adventura, ciò che verrà. Non si specifica se in bene o in male, se con brividi dati dall'incertezza o singhiozzi nel cuore.
Nell'etimologia della parola non c'è niente di tutto questo, siamo noi uomini a voler identificare, nel termine, qualcosa che ci scompiglierà, che ci muterà nel profondo, che ci lascerà uno strascico nel futuro.
Inevitabilmente, la sfumatura di incertezza mista ad eccitazione è esattamente il significato che do io stessa a questo vocabolo che sta per concretizzarsi, con un futuro in via di realizzazione che non ha ancora le fattezze di un sentiero, ma piuttosto di una verdeggiante vallata aperta, sulla quale splende un sole di speranze.

Ho provato a fare una breve ricerca immagini su Google, per avere la conferma che sì, anche il più celebre motore di ricerca del mondo occidentale, la pensa come molti: l'avventura è spazi aperti, zaino in spalla, braccia spalancate mentre ci si lancia in boschi più o meno selvaggi.

Qui, direttamente dalla mia casa bianca e azzurra a qualche centinaio di metri dal mare, pregusto queste "cose che accadranno"; me le figuro, ci faccio qualche ricamo, le infarcisco di aspettative che, chissà. Un'estate insolita è quello che mi aspetta, un primo solco nella direzione di un nuovo futuro possibile, per verificare che il terreno sia effettivamente calpestabile e sullo stesso terreno un giorno poter costruire una casa, una nuova casa che non sarà più azzurra e bianca probabilmente, ma magari vicino a uno specchio d'acqua, beh, quello sì.

Chi si abitua a vivere vicino al mare, come può poi abituarsi all'assenza di tutto quel blu?

Ora che scrivo di lui, dell'onnipresente mare per chi vive su di un'isola come me, mi rendo conto che mi chiama a sé. Una passeggiata sulla riva, qualche sguardo al suo orizzonte. A scrutare là, dove il cielo e l'acqua fanno l'amore e i sogni degli uomini vengono cullati dalle onde, che prima o poi porteranno a riva nuove avventure....