La Rivista Culturale

sabato 4 aprile 2020

Le parole che salvano, ma a volte non bastano.

Scambiate al telefono, volatili e veloci, capaci di raggiungere orecchie e cuori distanti chilometri e divise da un mare. O un oceano.
Appese al sole di aprile, che forse ha deciso di scaldare i giardini, le frasi da un muretto all'altro, che scavalcano il cemento e rimbalzano in un ping pong con la vicina di casa appassionata di libri e sorrisi.
Parole dentro le mura, con la persona con cui ci si sveglia, ci si addormenta e si condivide un pasto. O dieci anni di vita.
Appuntate su post-it, a far da promemoria in giorni apparentemente tutti uguali, scanditi da ritmi difficili da digerire.
Parole che emergono dalle pagine di un libro che si sceglie per avere un po' di compagnia, quel tipo di compagnia che solo il profumo di carta stampata è in grado di fornire, perché capace di arricchire di esperienze e vite mai vissute, la propria singolare esistenza.
Scritte velocemente su una tastiera, inviate insieme a un'emoticon, per dare un tono semiserio o scanzonato a quel messaggio lì.
Parole che ci salvano, in questo periodo a cui manca la carne di un corpo da abbracciare, un viso da accarezzare, la meraviglia di uno sguardo a pochi centimetri dal proprio viso con cui ridere o al quale confidarsi.

Uno schermo separa, in condizioni di normalità, perché altro non è se non un muro illuminato, su cui puoi avere il mondo a portata di un click, quando invece ci siamo resi conto che il mondo che ci interessa davvero è quello reale, che possiamo toccare, con cui possiamo sporcarci le mani e inzupparci gli occhi di lacrime e sentire con tutti e cinque i nostri sensi.

Però, in questa rielaborazione delle nostre vite, in questo enorme peso (ma anche leggerezza) dato dalle parole, l'augurio è che si dia valore a quelle che per qualcuno erano banalità. Vedere negli occhi un mio alunno mentre mi parla, ora, questo non è più una banalità, è una specie di desiderio. Sì perché le videolezioni sono fatte di parole, parole che ogni insegnante spera non rimangano sterili, ma funzionino come un aratro a versoio, capaci di scavare dentro, anche a distanza. E queste videolezioni sono tutto tranne che vere. Sento le loro voci, alcuni, solo alcuni, fanno capolino dallo schermo, armati di cuffie, di sorrisi, di buona volontà. Ma a me mancano anche gli altri, quelli che forse ancora non hanno capito quanto bene può fare ripristinare, anche solo per un minuto al giorno, un contatto visivo con quegli occhi, di cui stavo imparando a ricavare, silenziose, le loro parole.

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mercoledì 18 marzo 2020

Si sta. Come nel mese di marzo. Ognuno a casa propria. A fare videolezioni.

Lo stesso senso di precarietà che aveva Ungaretti, buttato là dentro ad una trincea del Carso.
Non siamo in guerra (anche se dopo i saccheggi ai supermarket delle scorse settimane e l'atmosfera da coprifuoco che aleggia nell'aria, potrebbe sembrare).
Siamo in attesa del ritorno alla normalità.
Aspettiamo di poter tornare alla nostra routine quotidiana, non vediamo l'ora di poter ricominciare a lamentarci del poco tempo che avremo per rilassarci sul divano a guardare quella serie tv che non riusciamo mai a finire, di quel segnalibro che non si sposta da pagina 57, di quella telefonata che siamo sempre costretti a rimandare per mancanza di tempo.

Ecco, quello che ora non ci manca è proprio il tempo.
Le lancette, per alcuni, sembrano non muoversi mai, non scandiscono mattina, pomeriggio e sera, mentre ad altri il giorno non basta mai, per portare a termine tutto quello che si erano prefissati al risveglio.
Io invece...beh, quasi non ho la percezione delle ore che passano, a causa del mio completo assorbimento dalla nuova gestione della didattica, i nuovi progetti, le videolezioni della tele-didattica (il prefisso più abusato di questo periodo!).
Ho sempre avuto qualche problema nell'organizzarmi, una delle mie pecche è proprio la logistica: ho in mente cento cose e ne faccio centocinquanta in contemporanea! Trovo quindi questo lasso di tempo, il tempo dell'attesa, molto stimolante per migliorarmi sotto quell'aspetto. Voglio imparare a darmi dei ritmi da rispettare, senza disperdere energie e minuti in cento rivoli di attività e pensieri differenti.

Smanettare su una tastiera, registrare la propria voce che commenta un power point, intraprendere conversazioni in webcam sperando che i ragazzi partecipino sono tutte nuove abitudini a cui ci si deve abituare in fretta. Ahimè, i tempi in cui per far notare qualcosa bastava esprimersi attraverso qualche smorfia di disapprovazione in stile teatrale per farsi capire al volo, oppure incoraggiare qualcuno appoggiando una mano su una spalla - o meglio, date le mie mani notoriamente gelide, sul coppino, con la mia mossa "cattura-attenzione"- sono un bel ricordo per il momento. Anche ai ragazzi manca la routine, alcuni lo ammettono, altri sono più restii. Ma non è un caso se tra una videolezione e l'altra mi viene chiesto (un po' ridendo e un po' no) "possiamo fare l'intervallo?". E allora giù a creare "elenchi scaccianoia" che contengono titoli di librifilmserietvedocumentari, consigliare attività ricreative, cercare di essere loro vicini anche se filtrati da uno schermo.

Tra arcobaleni di speranza, compiti di realtà, saluti virtuali, quello che sto cercando di comunicare è che è necessario usare questo tempo in maniera diversa dal semplice aspettare.
Ungaretti lo sapeva che la guerra un bel giorno sarebbe finita. Nel frattempo, però, ha scritto quelle poesie su foglietti di fortuna che hanno permesso anche a noi di capire, cento anni dopo, il suo essere nel mondo.
Un invito a ognuno di noi: investiamo questo tempo nella ricerca del nostro "essere" in questo mondo. Riempiamo le stanze delle nostre case di questo senso, perché quando usciremo, arricchiremo tutte le persone che ci incontreranno.





domenica 17 novembre 2019

IL NEMICO INNOCENTE

Un titolo apparentemente contraddittorio. Eppure è esattamente quello chela nostra società si ostina a fare. Punta il dito, individua un nemico (innocente) e fa partire la macchina di distruzione.

Scrivo a caldo, rileggo gli appunti che ho preso qualche ora fa e con grande interesse durante un incontro al Memoriale della Shoah, a Milano, in occasione di Bookcity.

I protagonisti del dibattito: il costituzionalista Valerio Onida, Betti Guetta, responsabile dell'Osservatorio antisemitismo della fondazione CDEC, la politica e autrice del libro "Il nemico innocente" Milena Santerini. A moderare il tutto Jacopo Tondelli.

Si è partiti da un'analisi necessaria: lo scopo della Commissione Segre.
Si è detto tanto a riguardo, ma solo oggi ho veramente capito.
Innanzitutto questa Commissione si propone di studiare tutti i  fenomeni di odio e pregiudizio, in che modo dunque la mentalità di ostilità aggressiva arrivi a pervadere la società, amplificata dal web.

N O N si occupa di LEGIFERARE IN MERITO (per cui chi parla di censura lo fa a sproposito).
L'impulso a questo progetto è partito dal Consiglio d'Europa, principale organizzazione di difesa dei Diritti umani, che aveva chiesto, ai 47 Paesi che ne fanno parte, di organizzare azioni contro le sempre più diffuse forme d'odio.
Anche il Parlamento Europeo ha fatto una richiesta simile, quella di costituire un coordinatore alla lotta contro l'antisemitismo (cosa che l'Italia non ha ancora attuato, al contrario della Germania).

Una Commissione, dunque, che si propone di INDAGARE(attraverso il materiale che raccoglierà)  per proporre modi di contrastare l'odio online.
Nulla di liberticida, dunque.
Eppure, c'è chi non l'ha votata.
Quali pretesti sono stati posti, di fronte a questa volontà di NON appoggiare la nascita di questo organismo, ahimè tanto necessario?
1) la Commissione avrebbe lavorato contro il patriottismo (inteso come nazionalismo...). Esattamente, però, cosa ci sarebbe di anti-patriottico nel voler combattere l'odio?
2)come già anticipato, l'idea che la suddetta Commissione fosse liberticida.

Ci troviamo di fronte a un mutamento di espressione dell'antisemitismo. Se prima i fenomeni erano episodi offline (scritte su muri ad esempio), ora invece lo stesso è diventato in qualcosa di più complesso e che difficilmente si può arginare, grazie ai megafoni quasi incontrollati dei social media.

Opinioni e stereotipi sugli ebrei restano comunque immutati nel tempo: vignette con nasi arcuati ed espressioni arcigne,  pregiudizi moderni  sempre collegati ai legami tra ebrei e qualche potere più o meno occulto, oppure li si accusa di eccessivo vittimismo (quando non li si assimila ai nazisti per i comportamenti assunti nello stato di Israele nei confronti dei palestinesi)
Fa riflettere il dato percentuale di quest'anno che va a vedere una crescente "colpa" attribuita proprio agli ebrei relativamente alla crisi economica contemporanea.

Sullo sfondo, vignette "satiriche" su Liliana Segre (in sala, presente uno dei figli), idiozie e ignoranze varie disseminate sotto forma di meme e post di facebook.

E qui, arriva Onida, a illuminarci su un dettaglio che mi era sempre sfuggito.
Perché il fascismo prende gli ebrei e li addita come "Il Nemico"?
No, non per la religione: il fatto che siano deicidi (avendo loro ucciso il Gesù dei cristiani) era il pretesto di altri, non di Mussolini.
Il fascismo DECIDE che gli ebrei sono antifascisti e, di conseguenza, nemici. Per cui vanno discriminati.
Per odiare e fare la guerra va individuato un nemico, per cui se questo non c'è... bisogna trovare un pretesto per crearselo. 
Il nemico più comodo è quindi quello indicato dalla nostra pancia, dalle emozioni e i meccanismi di difesa che le neuroscienze hanno dimostrato che si scatenano in noi, per pochissimi secondi ma si scatenano, che ci portano ad avere paura/diffidenza di chi riconosciamo come diverso da noi.

Il fascismo ha quindi preso questo nemico innocente, lo ha reso colpevole di non appoggiare la dittatura fascista e accusato di ogni male possibile. In questo modo, Mussolini si è garantito un appoggio della nazione. La pura razza italiana da preservare da ogni contaminazione.
Il primo obiettivo delle leggi del 1938 era proprio questo: vietare i matrimoni tra italiani e stranieri.

Appena individuo il nemico, scatta un desiderio di sfruttamento su chi riconosco come diverso (lo stesso che porta l'uomo a sentirsi superiore rispetto alla donna).

Se poi, come accade quotidianamente, qualcuno manipola questo sentimento innato di diffidenza e lo fa echeggiare in ogni discorso, sottolineando il "noi" e tutti i "loro" da cui ci si deve mettere in salvo... beh, la società è più che inquinata.

Insomma, tante parole, mille riflessioni. La politica che potrebbe giocare un ruolo chiave nella sensibilizzazione di fronte a tutto questo e che invece cavalca il momento, l'ignoranza, la cattiveria.
Allora io ribadisco un'ovvietà: che è a partire dalla scuola, da chi ancora non teme un confronto con altre idee, chi è curioso di sapere, proprio da lì deve rinascere una vera coscienza civile.

La conferenza finisce, le mani applaudono.
Risalgo verso l'uscita, passo accanto al binario 21.
All'uscita, il muro con scritta una parola terrificante eppure sempre vera.
Indifferenza.









lunedì 4 novembre 2019

silenzio chiassoso



Il titolo di una poesia
nata così
nata per gioco, per noia, per voglia
dalle dita e dalla lingua muta di un giovane
stretto tra il muro dell'aula e il banco di scuola.
Un ossimoro,
senza nemmeno saperne il significato
ché a tredici anni è così:
le cose si fanno per caso
si scoprono
si imparano
o forse no
passano soltanto e poi vanno,
verso un'altra distrazione
una nuova attrazione.
Ognuno si è reso poeta
in quell'ultima parte di ora
al calar di una mattina spenta
ravvivata da parole potenti
giovani
coraggiose
scritte su fogli
applaudite dai compagni
lette da me
che mi son detta fiera
di loro
di quel noi che si costruisce a fatica.
Parole che emergono
e ritornano impregnate di nuovo
nel loro chiassoso silenzio.



venerdì 13 settembre 2019

Cose nuove, cose belle.

E io che li correggo sempre, i miei alunni, quando usano il termine "cosa": cerca di essere più preciso, "cosa"è vago, trova un sinonimo adatto.
Poi uno cerca il titolo per il suo post e... ci piazza quella parola jolly, perché è forse quella più adatta a descrivere il periodo che sta vivendo, pur in tutta la sua vaghezza.
Scuola nuova.
Colleghi nuovi.
Alunni nuovi.
Nomi da imparare, mani da stringere, sorrisi da condividere.
Entrare in classi che imparerò a conoscere con un entusiasmo da mantenere sempre acceso (adesso è facile, c'è tutta la carica data dall'estate... anche se effettivamente in questa ultima fase la stanchezza è stata tanta).
I ventinove che stanno per arrotondarsi a trenta.
Ovviamente, la più grande novità dopo il trasloco è stato il cambiamento di scuola, e ammetto senza vergogna di aver tremato non poco prima di varcare la soglia del nuovo Istituto Comprensivo.
L'accoglienza è stata al di là delle aspettative, e fin da subito mi son sentita a mio agio in questo ambiente ancora da scoprire. Le riunioni, la condivisione di idee, le chiacchierate serie e semiserie con le persone con cui lavorerò gomito a gomito per questo anno scolastico.
Infine ieri, l'inizio vero.
La prima campanella.
Un'ondata di nostalgia mi ha sommersa, ripensando a quale era stata l'ultima campana (il corridoio di Giba, le classi rientrate dal campetto con i ragazzi fradici di entusiasmo e gavettoni, i loro abbracci un po' bagnati di lacrime di prematura malinconia). Però poi c'erano le prime da conoscere e accogliere, il primo tragitto insieme a loro per salire in aula, scoprire nuovi volti con l'intento di distendere espressioni spaventate in sorrisi di gioia (e forse forse con qualcuno ci sono già riuscita, dato che all'ultima ora di oggi mi son sentita dire "Ma domani non si viene a scuola?? Uffa, ma io volevo venirci!"). Dai primini son passata a quelli più grandi, i ragazzi da accompagnare verso un nuovo traguardo, anche se con qualche difficoltà dato che avrò poco tempo per far breccia nel loro cuore, ma ce la metterò tutta, perché una cosa che ho imparato è proprio questa: trasmetti l'entusiasmo di essere lì, la sensazione di privilegio nel condividere quelle ore insieme a loro e con questa naturalezza ci sarà la miglior restituzione che un insegnante possa chiedere. E questo non vuol dire 10 in tutte le verifiche, perché non è un numero quello di cui sto parlando. Lo sanno bene i miei ex fanciulli, di cui posso andare fiera, perché consapevole del percorso che abbiamo compiuto insieme.

Intanto mi leggo i "compiti per la prof", le dieci domande + una che a cui ho chiesto di rispondere oggi, in classe, così da avvicinarmi gradualmente ad ognuno dei miei alunni grandi. Le prime dieci erano domande sui loro gusti, i sogni o le certezze della loro vita. Anche se credo che l'ultima, la "+ una" invece, potrebbe essere quella rivelatoria dato che è... "fai una domanda alla prof."
Cose nuove, insomma, cose belle.

Risultati immagini per cose belle

domenica 25 agosto 2019

L'arminuta

"Alla mia amica ritornata, ritrovata, ma mai persa".
Una dedica scritta leggera, prima dell'inizio di un romanzo che di titolo fa proprio "l'arminuta", traducibile dall'abruzzese proprio con "la ritornata". Ma se nella storia la protagonista è una ragazzina di tredici anni costretta, appunto, a tornare alla sua famiglia di origine, in un paesino dell'entroterra di cui non conosce abitudini né affetti, nel mio caso... il rientro è stato sì alla terra d'origine, ma una terra con la quale avevo condiviso un quarto di secolo, senza averla mai apprezzata particolarmente.
Anzi.
La Brianza era un luogo da cui allontanarsi, una base per le partenze, certo, il posto che custodiva amicizie, legami, ricordi... ma mai, veramente, sogni. I progetti avevano tutti un altrove, come meta.
La Sardegna è apparsa così, quando si è profilata all'orizzonte: una possibilità di futuro.
Viverla ci ha permesso di scoprire moltissimo, dalle tradizioni locali a nicchie quasi inesplorate di isola. Allo stesso tempo, questi quattro anni sono serviti a capire che quel luogo natio, posizionato strategicamente tra Milano, Como e Monza, poteva essere un approdo.
E così è stato.
Ho terminato le pagine di Papillon, romanzo che mi è stato consigliato proprio sull'isola, mentre i primi giorni dormivamo su dei materassi appoggiati a terra, nella provvisorietà di cui sono fatti i cambiamenti. Con mille idee di arredamento in testa abbiamo girato negozi, consultato siti internet e fatto sì che la nostra casa (sulla terraferma) prendesse forma: la forma dei nostri sogni.
Poi durante una colazione con la mia cara amica G. ho spacchettato una confezione che conteneva, appunto, L'arminuta. Ne avevo sentito tanto parlare, era nella lista delle letture. E in un baleno, eccolo tra le mie mani. La ritornata. Sto apprezzando molto queste pagine, che raccontano utilizzando parole scarne ma piene allo stesso tempo di rapporti difficili, apparentemente impossibili seppur naturali, biologici. 
Ora che sto riallacciando rapporti in tutta la loro fisicità (che prima erano solo telefonate, messaggi, videochiamate... il bene etereo non concreto), ora che posso abbracciare quelle che prima erano solo voci, sento che questi anni lontani non ci hanno cambiati.

"E in un secondo penso a chi mi è stato accanto
In un pensiero lontano
Ma nello stesso momento"

Motta canta così e quante volte ho provato questa stessa gratitudine, mentre ero altrove eppure nel cuore o nei pensieri di qualcuno. Contemporaneamente, però, continuo a portare dentro altri affetti, che hanno nomi e cognomi tipici di chi vive in mezzo al mare, di chi respira salsedine e conosce bene il Maestrale. E so che sarò arminuta anche per questi affetti, prima o poi.


(foto scattata al museo "Stazione dell'arte" di Ulassai: opera di Maria Lai,  Legarsi alla montagna)

mercoledì 17 luglio 2019

Scatole, pensieri e 4 anni di isola che giungono al termine...

Un'estate diversa dalle altre.
Sì certo, ogni stagione non sarà mai come le precedenti, è inevitabile... ma questa ha un sapore tutto suo, che rimbomba in ogni angolo del palato e fa sentire la propria squisitezza in quei sogni che si stanno per realizzare, la piccantezza delle incognite che comunque il futuro riserva, nonostante tanti punti che prima erano di sospensione, ora siano diventati fermi...e anche un pizzico di agrodolce, per tutto quello che lascerò sull'isola.

Il sei agosto 2015 partivo da quella che per 25 anni era stata la mia casa e mi trasferivo a un mare di distanza, senza troppe certezze (soprattutto lavorativamente parlando) ma con il solito entusiasmo che mi ha dato sempre la carica per affrontare ogni aspetto della vita.
Il primo periodo fatto di lunghe giornate al mare, di passeggiate nei dintorni per scoprire il territorio, di curriculum portati a destra e a manca, di telefonate a segreterie delle scuole per capire dove inserirmi in graduatoria... di coccole a Thorin, con il quale iniziavo a condividere dall'alba al tramonto (notte compresa!) le mie giornate. Di attenzioni di coppia che crescevano sempre di più, che non sono mai mancate e anzi, si sono consolidate instancabilmente.

Mi sono calata nei panni di intervistatrice per un'azienda, mentre aspettavo qualche chiamata come supplente, ho corretto bozze, scritto articoli per giornali online che mi facevano guadagnare 0,00001 cents a click... attendevo senza che il tempo si prendesse il sopravvento, riempivo le mie giornate, i miei occhi di meraviglia. Ogni tanto un po' di malinconia, sapere la quotidianità di amici ormai lontani, le telefonate con la nonna, i messaggi whatsapp nel gruppo "family"... e intanto, girovagare, esplorare i dintorni di Cagliari, provare i piatti tipici, percorrere le viette di Casteddu.

A fine novembre, eccomi in un'aula, per la prima volta da prof: un istituto tecnico di Quartu aveva bisogno di una docente di lettere per due classi del primo biennio, e secondo il punteggio, toccava proprio a me. Ho percorso quei corridoi lunghissimi (quelli delle superiori rispetto a quelli delle medie sono infiniti!), la difficoltà di trovarsi di fronte adolescenti a cui non frega molto di conoscere le civiltà del passato o le regole grammaticali, ma con tanta buona volontà (e qualche momento di crisi, lo ammetto), ho attraversato i primi giorni da prof. Nel frattempo, altre due chiamate: cercavano un'insegnante di sostegno per due alunni, il contratto si protraeva fino a fine lezioni e quindi... ho accettato. Lì è partita una nuova avventura, anzi due, in parallelo: una proseguiva nella scuola superiore, l'altra scendeva di età e mi vedeva protagonista di 6 mesi di scuola media. Qui ho imparato tanto, ricoprendo la posizione privilegiata di spettatore coinvolto: chi pensa che il "prof di sostegno" sia un lavoro semplice o noioso beh, si sbaglia di grosso! Ci si cala in mezzo agli alunni, si instaura un rapporto di complicità rischiando a volte di cadere nell'eccessiva confidenza (cosa di cui non riesco mai a preoccuparmi veramente, e su questo so che dovrò lavorarci un po'...), ma che permette di impostare relazioni di fiducia. Presenziando a lezioni diverse, si riesce a osservare come la conformazione della classe cambi a seconda della materia... quando sono più indomabili, quando invece più mansueti e a proprio agio... cercare di capire i trucchi per creare situazioni favorevoli è stato uno dei miei obiettivi, facendo anche prezioso tesoro di tutti quei comportamenti tenuti da colleghi che, al contrario, creavano situazioni negative.

L'estate che è seguita è stata la prima (e fortunatamente unica) in cui ho dovuto fare domanda di disoccupazione, in quanto il contratto si interrompeva il 30 giugno e chissà poi, quando e se mi avrebbero ricontattata per insegnare... ma nel frattempo avevo sostenuto altri esami, quelli che coronavano il sogno di ogni docente precario: a maggio lo scritto e in piena estate l'orale del famigerato "concorso docenti". L'agitazione era a mille, avevo qui i miei genitori in vacanza pronti a supportarmi nuovamente, e hanno pure presenziato alla discussione della prova finale (il giorno prima avevo pescato l'argomento "la concezione della famiglia in Pascoli e Verga", per cui ho avuto 24 ore per preparare slides e lezioni su questo tema immenso, discusso appunto il giorno seguente davanti a una commissione un po' annoiata e un po' accaldata). 40/40esimi e un bello Hugo per brindare con i miei cari accanto.
E di nuovo, altra incognita... dove sarei finita, a settembre? Ok, avevo ottenuto il ruolo (cosa per la quale sono stata poi guardata con un misto tra stupore/sospetto/sbalordimento da molti, considerata la giovine età), ma la Sardegna è grande e le scuole non sono così numerose e soprattutto, molto sparse e mal collegate sul territorio. Infatti, a settembre, è arrivato il verdetto: mi avevano assegnato prima l'ambito (praticamente la zona del Sulcis, a me quasi del tutto sconosciuta) e poi, via mail, la comunicazione ufficiale: Giba.
Giba.
Ok, ma dov'è sta Giba???
Aprendo google maps, inevitabilmente un coccolone aveva preso il sopravvento sulla mia lucidità... 80 km, 1 ora e 20 di viaggio. Aiuto. No, vabbè, io chiedo la mobilità appena possibile. Questi i miei primi pensieri.
Il giorno del mio compleanno la telefonata per la nomina ufficiale e quindi... sali in macchina, dopo una notte di tempesta che aveva provocato danni a strade e anche a casa (che nel frattempo stavamo sistemando), fai partire il navigatore e immergiti nelle campagne e nelle curve che ancora non lo sai ma diventeranno le tue migliori amiche.
Il resto, è storia...
è finita che la mobilità non l'ho più chiesta, se non durante questo anno scolastico, quando il mio ciclo triennale finiva, l'idea era quella di tornare a vivere in Lombardia e la speranza che fossi presa in qualche scuola della Brianza.
Ho tremato prima di scoprire l'esito del mio trasferimento, dilaniata da milioni di dubbi (e se non lo dovessi ottenere?? E se mi ritrovo di nuovo in una scuola lontanissima??) ma poi il Destino mi ha sorriso, e io non ho fatto altro che rendere quel sorriso mio.

Ora siamo circondati da scatoloni, alcuni vuoti altri già imballati. Quattro anni non sono facili da sintetizzare, né da inscatolare. Qui lasciamo soprattutto ricordi. Ci portiamo via quello con cui siamo venuti, ma molto lo abbiamo accumulato stando qui... oggetti comprati (direi per la maggior parte libri 😅), fogli scritti dai miei (ormai non più "miei") alunni, riviste, regali ricevuti...
Affronteremo l'ultima di tante, troppe traghettate verso il nord, carichi di oggetti ma senza il nostro scodinzolante Amore. Incominceremo un nuovo percorso vicini agli affetti, ma con un vuoto che non passerà mai, dentro. Lasciare questa casa per certi versi è un sollievo, perché negli ultimi mesi aleggia una costante mancanza, un silenzio a cui non riesco ad abituarmi. I miei occhi lo cercano ancora, ingenuamente, le mie orecchie credono di percepire i suoi movimenti, che invece non ci sono più, se non nella parte migliore dei miei ricordi.

In questi giorni sto vivendo una calma di cui sentirò sicuramente la mancanza, quando poi sarò immersa da impegni, indaffarata con tutte le novità che ancora ignoro, circondata da amici che non vedo da tanto... e così sto cercando di godermi appieno gli ultimi giorni di Sardegna, un'isola di contraddizioni, un luogo paradisiaco per certi versi e maledetto per altri.
Vivere qui è significato sacrificare certe cose, certe comodità (chi vive su un'isola da sempre forse non si rende conto delle privazioni cui questa costringe, ma per chi è abituato a vivere dove ha qualunque cosa a un tiro di schioppo beh... non è semplice), scoprire spiagge incantevoli e arrabbiarsi per lo stato di abbandono e degrado di certe zone dal potenziale altissimo. Mi mancherà la pizzeria di fiducia vicino casa, i panorami mozzafiato, la litoranea in qualunque mese dell'anno; mi mancherà il Poetto con i suoi fenicotteri sulla destra e la distesa di sabbia e mare dall'altra parte, mi mancherà provare locali nuovi in centro città, alzare gli occhi e vedere che il cielo non ha nessun tipo di limite perché l'orizzonte è sempre più lontano di qualunque casa possa ostacolarlo. Mi mancherà percorrere quella strada infinita che mi portava da loro, i miei musini monelli e bellissimi.
Mi mancheranno, Dio se mi mancheranno, ognuno di loro.

Ho conosciuto molte persone, alcune delle quali porterò nel cuore, anche se non ho stretto tante amicizie quante sono sempre stata abituata ad averne e sicuramente questo è un sintomo dell'avere (quasi!) trent'anni, ma come dicevo a inizio post, in questa lunga parentesi ho coltivato comunque sia il rapporto sia con chi ho la fortuna di avere quotidianamente al mio fianco, che con persone che vivono lontane. Alcune molto, molto lontane... amicizie oltreoceaniche che si consolidano in messaggi audio infiniti, mandati ogni giorno per raccontarsi tutto e niente, ma che sono diventate una irrinunciabile routine. Amicizie che resistono inalterate grazie a telefonate, fotografie di nipotine acquisite in crescita, aggiornamenti e progetti per "quando torneremo su"... E ora che quel momento è sempre più vicino, provo una sensazione strana, come di incredulità. Come sarà, tornare a vivere nei posti che conosco tanto bene, dopo questa pausa di lontananza? Le relazioni si manterranno all'altezza delle mie aspettative, si rafforzeranno ancora di più, come immagino? Che tipo di prof sarò, in quella scuola media che mi è stata assegnata? Tante domande, ma non provo ansia nell'attesa delle risposte. Mi godo quello che accade, giorno dopo giorno, coi progetti che man mano prendono forma, con il frigo che si svuota prima della partenza, le ultime spese dal mio fruttivendolo di fiducia, le ultime (e queste sì, che diavolo, queste mi mancheranno eccome!) passeggiate sulla spiaggia al mattino presto, quando il mare sprigiona la calma e la bellezza più sincera del suo azzurro, o al tramonto, quando tutto si colora di romanticismo e qualche ondina scuote la superficie di quell'immensità di cui i miei occhi non sono mai sazi.

Un'estate diversa dalle altre, dunque, un'estate in cui tanto della mia vita cambierà.
E io, coi miei ventinove anni in scadenza, sono proprio pronta, a scoprire il gusto di tutte le stagioni che verranno. Anche se una parte di me sarà sempre su quella spiaggia dietro casa, a passeggiare insieme a lui.